I Miogni: tre secoli di carceri a Varese

di Davide Sottocasa

Per chi oggi passa davanti alla casa circondariale di via Felicita Morandi, è difficile immaginare che quel muro di cinta racchiuda una delle storie più antiche e più ostinate della città.

Quella di un carcere che ha cambiato sede tre volte in tre secoli, sempre inseguito da proteste, ritardi e promesse mai mantenute.

Tutto comincia nel 1569. Il 4 maggio di quell’anno, il notaio Cesare di Castiglione roga l’istromento con cui la Comunità di Varese fa edificare la casa del Pretorio in piazza Podestà, con le carceri al piano superiore. Da quel giorno, per oltre duecento anni, i prigionieri varesini vivono in quei cameroni umidi, nei cortiletti angusti e oscuri che Luigi Zanzi, nel suo saggio del 1890, chiamerà senza mezzi termini “topaie cadenti”.
E la giustizia di allora era crudele quanto le mura.
Le esecuzioni capitali si tenevano proprio in piazza Podestà, davanti al Pretorio, perché tutti potessero vedere.
Nel 1579 fu decapitata una donna accusata di stregoneria; nel 1591 un omicida fu impiccato e poi squartato, con i quarti esposti al pubblico; nel 1597 un altro condannato fu trascinato per il borgo “a coda di cavallo” prima di essere impiccato.
Nel 1622 toccò a Carlo Zucca del Sacro Monte, colpevole di aver ucciso una monaca. E nel 1644 un criminale di Cugliate ebbe la testa esposta sopra Porta Rezzano. La forca era piantata davanti al Pretorio, si legge nelle cronache raccolte da Luigi Brambilla nel suo “Varese e suo Circondario” del 1874, “in modo che potessero vedere tutti: non solo chi era in piazza, ma anche chi passava lungo il corso”.
Curioso che proprio quella piazza, oggi chiamata Beccaria, porti il nome del grande illuminista che scrisse “Dei delitti e delle pene”.
Il nome fu scelto nel 1865, dopo un meeting per l’abolizione della pena di morte, “per contrapposto” alla casa del boia che sorgeva lì vicino.
Ma torniamo alle carceri. Già nel 1880 la cittadinanza reclamava un “generale assetto” e una destinazione più decorosa.
Nel 1886 si propose il trasloco nel sopprimendo monastero delle Benedettine di Sant’Antonino. La risposta del Magistrato arrivò il 5 aprile del 1790, con una frase che dice tutto dell’epoca:
“Dilecte noster, badate se si possa restringere qualche poco l’idea proposta e la spesa”.
Dopo un’iliade di domande e repliche, il Magistrato sanzionò infine una spesa di 947 lire, 15 soldi e 3 centesimi per riparazioni ordinarie e straordinarie occorse dal 1798 al 1802, ponendole a carico integrale dei 146 Comuni che mandavano i loro prigionieri nelle carceri pretorie della Magnifica Comunità di Varese.
E c’è un documento che rivela tutto il sistema di allora.
Il 29 settembre 1727, il notaio Gaspare Pompeo Pallavicini roga un atto con cui i reggenti cedono al Magistrato aree e locali, “purché nel caso che fosse fatto prigione qualche persona civile o galantuomo del detto Borgo e Castellanze di Varese, questi, ad ogni istanza dei signori Reggenti, debba essere tenuto prigione nella stanza dell’archivio vecchio, qual’è sicura per avere catenazzi ed altre difese”.
I galantuomini, insomma, avevano diritto a una cella migliore. Le pene dipendevano dal ceto, e soprattutto dal portafoglio.
Poi arrivò il Risorgimento, e con esso la coscienza civile.
Nel 1851 la Direzione provinciale delle pubbliche costruzioni, accogliendo le rimostranze del Municipio, convenne nella opportunità di traslocare le carceri nell’ampio caseggiato di proprietà Parravicini, in via Vetera.
Nel 1858 il concittadino Alessandro Orrigoni promosse progetti di generale assetto, con il concorso prima dell’ingegner Cesare Piccinelli e poi di una Commissione composta dagli ingegneri Attilio Arcellazzi e Giacomo Cattaneo e dal dottor Gerolamo Bizzozero.
Nel 1865 l’ingegner Amabile Morandi studiò progetti di parziale riforma.
Ma il Municipio voleva di più.
Nel 1862, desideroso di rompere gli indugi e di impegnare il Governo, diede a questo la licenza di finita locazione per i locali adibiti a carcere. Ne nacque un putiferio, e perfino la minaccia di trasportare a Gavirate la sede del Tribunale di circondario. L’ispettore Vazio, recatosi sul posto, rimproverò il Municipio di voler “forzare il Governo nella decisione relativa al collocamento delle carceri”. Ma il Municipio tenne duro, si promosse una lite, e alla fine di quell’anno il Governo annunciò ufficialmente la designazione dell’area su cui doveva sorgere il nuovo carcere: la Colombera, di proprietà Talamona.
Dall’anno 1863 fino al 1890 l’Amministrazione comunale non tralasciò occasione per insistere e protestare vivacemente contro le lentezze burocratiche del Governo, che rispondeva con reiterate domande di proroghe di locazione a epoche indeterminate. Colto da un incrocio di proteste e reclami, il Governo finalmente, l’11 novembre 1873, preannunciò ufficialmente “la pronta costruzione del nuovo carcere, avendo incaricato l’Ufficio del Genio civile governativo per il pronto allestimento del relativo progetto”.
La prontezza così replicatamente impegnata si risolse in altri quindici anni di aspettativa. Ma non è da farne le meraviglie, scriveva Zanzi, “anzi sarebbe da meravigliare se fosse avvenuto diversamente”.
Finalmente, nel 1893, il nuovo carcere fu costruito. Sorse ai Miogni, sulla collina che aveva già un nome antico: “ad Mionium”, documentato fin dal 1552, quando Francesco Perabò acquistò quella proprietà nella castellanza di Biumo Superiore. La famiglia Perabò, una delle più nobili di Varese, vi fece costruire una “casa da nobile” con una celebre camera dipinta, e la proprietà rimase in mano ai suoi discendenti fino al 1901. Il nome Miogni, quindi, non è un’invenzione recente: è la memoria di una collina fertile e amena, di ville e di possedimenti nobiliari, che un giorno divenne sede di un carcere.
E qui la storia si chiude in un cerchio amaro. Il 30 gennaio 2001, con decreto ministeriale, il complesso fu dichiarato dismesso, previa costruzione di un nuovo istituto. Quel nuovo istituto non è mai stato costruito. Oggi i Miogni ospitano circa 97 detenuti contro 53 posti regolamentari, con un sovraffollamento al 180 per cento, un muro di cinta fatiscente a rischio crollo e un personale di polizia penitenziaria ridotto. Un carcere del 1893, nel cuore della città, che aspetta ancora, come da sempre, che qualcuno mantenga una promessa.

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Fonti
• Luigi Zanzi, “Il vecchio carcere di Varese”, in Almanacco statistico della provincia di Como per l’anno 1890, Varese, 18 gennaio 1890 (testo integrale su archive.org)
• Luigi Brambilla, Varese e suo Circondario, Varese, Tipografia Ubicini, 1874
• Giulio Cesare Bizzozero, Varese e il suo territorio: guida descrittiva, Varese, Tip. Ubicini, 1874
• Laura Giacomini, “La ‘casa da nobile’ dei Perabò al Miogno e la cultura di villa nella Lombardia asburgica”, in Villa Perabò a Varese, a cura di Andrea Spiriti, Fondazione Comunitaria del Varesotto-Edizioni Lativa, Varese, 2011
• Andrea Spiriti, “Hans Bocksberger il Vecchio dal Castello del Buonconsiglio di Trento alla Villa Perabò di Varese”, Studi Trentini di Scienze Storiche, A.LXXXVII, Sezione II, 2008