Nasce Aurelio Saffi, il repubblicano gentiluomo

Nato a Forlì il 13 ottobre 1819, Aurelio Saffi appartiene a quella generazione di patrioti che seppe unire idealismo, rigore morale e senso dello Stato. Figura discreta ma tenace, fu parte del celebre Triumvirato della Repubblica Romana del 1849 insieme a Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini, esperienza breve ma cruciale nella storia del nostro Risorgimento.

Saffi, formatosi nel solco del pensiero neoguelfo di Antonio Rosmini, abbracciò progressivamente le idee repubblicane di Mazzini. Credeva in un’Italia libera, democratica, fondata sul lavoro e sulla partecipazione popolare. Deputato dell’Assemblea costituente romana, contribuì alla stesura di una Costituzione straordinariamente moderna, ispirata al modello americano, che proclamava la libertà di stampa, l’uguaglianza dei cittadini e l’abolizione della pena di morte. Una carta che anticipava di oltre un secolo i principi dell’Italia repubblicana del 1948.

La caduta della Repubblica Romana, travolta dalle truppe francesi inviate da Luigi Napoleone Bonaparte per restaurare il potere temporale di Pio IX, segnò la fine di quel sogno, ma non delle speranze di Saffi. Costretto all’esilio, trovò rifugio prima in Liguria, poi in Svizzera e infine a Londra, dove visse accanto a Mazzini e sposò Giorgina Janet Craufurd, una donna di profonda cultura e fede mazziniana, figlia di un aristocratico scozzese e della nobildonna Sophia Churchill.

Rientrato in Italia nel 1860, Saffi fu eletto deputato nel Parlamento del Regno d’Italia, continuando a sostenere la necessità di una piena democratizzazione dello Stato unitario. La sua coerenza gli costò cara: nel 1874 fu arrestato per presunta complicità in un moto repubblicano, ma venne poi prosciolto. Trasferitosi a Bologna, intraprese la carriera accademica come docente di Diritto pubblico, mantenendo intatto il suo impegno morale e politico.

Dopo la morte di Mazzini nel 1872, ne divenne l’erede ideale e curò la pubblicazione delle sue opere, custodendo il pensiero repubblicano in un’Italia ormai monarchica. Morì nella sua casa di Bologna il 10 aprile 1890, lasciando l’immagine di un patriota mite e coerente, un uomo che non cercò mai onori ma dedicò la vita al sogno di un Paese fondato sulla giustizia e sulla libertà.

A lui Varese ha dedicato una delle sue strade più belle, quella che sale da piazzale Mafalda di Savoia verso Velate, a ricordare un nome che, insieme a quelli di Mazzini e Armellini, rappresenta il simbolo di un’Italia che seppe pensarsi nuova, laica e democratica.