Luino: millenni di storia e la sua necropoli sotto la stazione

di Davide Sottocasa

«In Luino vi è qualcosa di inesprimibile e di spirituale che non può andare vestito di parole. È qualche cosa di più che la tinta locale. È quel mistero di attrazione che fa innamorare di un luogo senza che ci si possa dar ragione del motivo.» Così Piero Chiara, con poche righe, fissò per sempre il fascino discreto della sua terra natale. Immaginiamo ora di fare un passo indietro di migliaia di anni.

Là dove oggi si stende la piana di Luino, alla foce del Tresa nel Lago Maggiore, il paesaggio era radicalmente diverso. Il terreno faceva parte dell’antico delta alluvionale del Tresa e del Margorabbia: una piana fertile e sopraelevata, che il lago non raggiungeva nemmeno nelle massime piene. Una vasta area umida, paludosa e fertile, segnata dai corsi d’acqua che scendevano dalle Prealpi e dal lago di Lugano. Boschi di querce, faggi e ontani si spingevano fin quasi alla riva. Canneti e stagni ospitavano aironi, anatre selvatiche, pesci abbondanti. Cinghiali, cervi e caprioli popolavano i boschi circostanti. Era un ambiente ricco di risorse, ideale per le prime comunità umane.

I più antichi segni di presenza risalgono al Mesolitico e al Neolitico. Cacciatori-raccoglitori prima, agricoltori e allevatori poi, cominciarono a frequentare queste terre umide e fertili. Poi venne l’Età del Bronzo. E soprattutto la Cultura di Golasecca, che tra il IX e il IV secolo a.C. dominò gran parte della Lombardia occidentale e del Ticino. Era una civiltà di contadini, artigiani e commercianti, erede dei Campi d’Urne centro-europei, già aperta agli scambi con il mondo etrusco e alpino.

Nel 1882, durante i lavori per la costruzione della stazione ferroviaria per la linea Novara-Pino, emerse un’estesa necropoli. Il ritrovamento fu seguito e documentato dal dottor Egidio Corti, che riuscì a osservare gli scavi mentre procedevano a ritmo serrato per i lavori ferroviari. Ne diede notizia, insieme al professor E. Regazzoni, sull’Archivio Storico Lombardo dello stesso anno.

Il sepolcreto si estendeva in direzione nord-sud su una fascia di terreno larga circa 30 metri e lunga non oltre 150 metri. Le urne cinerarie si trovavano a una profondità variabile tra 0,50 e 1,20 metri dal piano di campagna. Le tombe erano a incinerazione: le ceneri venivano deposte in urne coperte da lastre litiche e raccolte in gruppi (spesso di tre urne), separati da intervalli vuoti in cui non si trovava alcun oggetto. Questa organizzazione a nuclei è tipica di molte necropoli dell’età del Bronzo finale e della prima età del Ferro nell’area prealpina. Urne cinerarie coperte da lastre litiche, deposte in gruppi. Il materiale andò quasi tutto disperso, ma si salvò una cuspide di lancia in bronzo con innesto a cannone e lama fiammata, riccamente decorata a occhi di dado e festoni, databile all’XI secolo a.C.

La maggior parte delle tombe appartiene al Bronzo Finale, ma ci sono anche sepolture dell’Età del Ferro (Golasecca III A, V-IV secolo a.C.) e di epoca romana (III-IV secolo d.C.). Quel sepolcreto, posto proprio sulla piana alluvionale vicino alla foce, racconta di una comunità che scelse di seppellire i propri morti in un luogo strategico, al crocevia tra lago, fiumi e vie di comunicazione verso le Alpi e la pianura.

Luino, allora, non era ancora una città. Era un paesaggio di acque e di boschi, di sentieri battuti da pastori e di piccole radure coltivate. Le popolazioni golasecchiane vivevano in villaggi di capanne, praticavano l’agricoltura e l’allevamento, lavoravano il bronzo e, più tardi, il ferro. Controllavano i passaggi verso i valichi alpini e gli scambi lungo il Verbano.

La foce del Tresa doveva apparire come una grande porta naturale: un luogo di sosta, di scambio, di vita e di morte. Il Margorabbia, che si unisce al Tresa poche centinaia di metri prima della foce, contribuiva a rendere ancora più ricco e fertile questo crocevia d’acque. Nei secoli successivi arrivarono i Celti, poi i Romani, che lasciarono monete e tombe. Il nome Luvino compare solo nel 1169. Ma le radici più profonde restano quelle preistoriche e protostoriche, scavate quasi per caso sotto i binari della stazione.

L’etimologia del nome Luino è incerta, ma la forma più antica documentata è “Luvino” o “Luvinum”, attestata già nel 1169. Il nome ufficiale rimase “Luvino” fino al 1889. L’ipotesi più plausibile è che derivi dall’idronimo “Luina”, il nome di un torrente che attraversa l’abitato. Questo termine è collegato al dialetto ticinese “lüina”, che significa valanga o frana. Altre ipotesi meno accreditate collegano il nome a un antico nome di persona “Luvinum” o al vegetale “lupino”. Luino nasceva proprio lì, e nei dintorni dove oggi sorge la stazione.

Sotto i binari non c’è solo terra: c’è la memoria viva di una comunità antica, deposta sulla piana alluvionale dove il Tresa si apre al lago, dopo aver ricevuto le acque del Margorabbia poche centinaia di metri a monte. È da quel crocevia d’acque e di storie che tutto ha avuto inizio: dal torrente Luina che scendeva a segnare la piana, dalle urne che guardavano la foce, dal luogo fertile e ospitale che ancora oggi, senza bisogno di parole, continua a chiamare e a far innamorare.