Disagio giovanile, ansia e hikikomori: l’intervista a Cristiano Termine

Ci sono bambini che smettono di sorridere a scuola, altri che non vogliono più uscire di casa, altri ancora che sembrano “difficili” ma stanno solo chiedendo aiuto nel modo che conoscono. Perché un disagio non ascoltato può lasciare tracce profonde nella crescita e cambiare il rapporto con se stessi e con il mondo.
A Varese, attorno a queste fragilità, si sta costruendo una rete tra neuropsichiatria infantile, scuola e famiglie. Ne parliamo con il professor Cristiano Termine, responsabile della Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ASST Sette Laghi, e ordinario all’Università dell’Insubria.

Professore, perché è così importante intercettare presto il disagio nei bambini?
«L’esperienza ci ha insegnato che bisogna iniziare presto a identificare i bambini a rischio. Alcune difficoltà, se non vengono riconosciute, possono mettere in crisi il percorso scolastico e avere conseguenze sull’autostima, sull’ansia, sul rischio di depressione, fino all’abbandono scolastico e alla devianza. Prima si osserva, prima si può aiutare».

Da Varese è nato il progetto Indaco. Di che cosa si tratta?
«È un progetto partito 6 anni fa dall’esperienza varesina e poi adottato da Regione Lombardia. Abbiamo costruito una rete tra neuropsichiatria infantile e scuola, a partire dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia e dal primo anno della primaria. Le educatrici e le maestre osservano i bambini con griglie specifiche, che inquadrano tutte le aree dello sviluppo: linguaggio, attenzione, relazione-comunicazione, coordinazione motoria e regolazione emotiva».

Quando emerge una fragilità, il bambino viene indirizzato alla neuropsichiatria?
«No, ed è un punto fondamentale. Prima si attivano potenziamenti didattici e pedagogici, spesso attraverso attività giocose. Solo i bambini che restano in difficoltà nonostante questo lavoro vengono poi segnalati e discussi con la neuropsichiatria. Nei casi più complessi, quando il disagio diventa chiusura, assenza da scuola e difficoltà persino a uscire di casa, possono essere previsti anche interventi domiciliari: è il servizio che prova ad andare verso chi non sta bene».

Dietro un bambino che non vuole più andare a scuola, quali paure o fatiche possono nascondersi?
«A volte si tratta di fobia scolare. Nei bambini più piccoli può esserci un disturbo d’ansia da separazione: dopo eventi significativi, come un lutto o la perdita di una persona cara, ma anche di un animale domestico, il bambino può fantasticare sulla morte e sul fatto che i genitori non sono eterni. Così sviluppano una forte angoscia nel separarsi da mamma e papà. Andare a scuola diventa allora il momento critico in cui l’ansia esplode».

E negli adolescenti?
«Più avanti possono comparire forme di ritiro sociale, anche simili all’hikikomori. Alcuni ragazzi si chiudono progressivamente nel mondo virtuale, nei videogiochi o in attività solitarie. In certi casi ci sono disturbi importanti sottostanti, come forme sfumate di autismo o forte ansia sociale. Sono situazioni insidiose, che il periodo Covid ha accelerato».

Oggi l’adolescenza comincia prima?
«Sì. Le indicazioni attuali parlano di una fascia 10-25 anni: un esordio più precoce e una chiusura più tardiva. Vediamo disturbi che un tempo comparivano a 15 o 16 anni, come l’anoressia, anche in bambine di 10 o 11 anni. È cambiata l’età di comparsa di molte fragilità».

Che ruolo hanno i genitori e come li aiutate?
«Il lavoro con i genitori è fondamentale. Non ci occupiamo mai di un bambino o di un adolescente senza occuparci anche della sua famiglia. Le nostre équipe sono composte da neuropsichiatri, psicologi e altre figure educative, proprio perché la presa in carico deve guardare al bambino nel suo contesto di vita. A volte i genitori sono parte del problema e vanno aiutati a riconoscerlo. In alcuni casi, si arriva addirittura a limitare la potestà genitoriale, non per maltrattamenti, ma per limiti personali, sociali o educativi che rendono difficile esercitare pienamente il ruolo genitoriale. Altre volte, invece, ci troviamo di fronte a genitori competenti che devono affrontare veri disturbi del neurosviluppo, come ADHD o autismo. In quei casi, vanno aiutati a comprendere che non sono ‘cattivi genitori’, ma persone chiamate a gestire una complessità reale».

Il servizio sanitario riesce a far fronte alle richieste di aiuto in crescita?
«Da soli non ce la possiamo fare. Il servizio sanitario è spesso in sovraccarico e le difficoltà neuropsichiatriche dell’infanzia e dell’adolescenza sono sempre più complesse. Per questo la neuropsichiatria infantile non può limitarsi a fare una valutazione clinica: deve restare collegata al mondo reale in cui bambini e ragazzi vivono ogni giorno. La scuola, in questo senso, è una sentinella per intercettare criticità ed è un’alleata fondamentale per sostenere lo sviluppo del bambino».

Nel cammino di un bambino, a volte basta uno sguardo attento per cambiare la direzione: una maestra che osserva, una famiglia che ascolta, una rete che non lascia solo nessuno.