ADHD nell’adulto, quando riconoscere il disturbo. Intervista alla psichiatra Camilla Callegari

Sempre più adulti si chiedono se dietro anni di difficoltà nel lavoro, nello studio o nelle relazioni possa esserci un disturbo mai riconosciuto. L’ADHD non è una condizione che compare all’improvviso in età adulta: è un disturbo del neurosviluppo che nasce nell’infanzia, ma che per molti resta senza nome fino a molti anni dopo. Per accompagnare questi pazienti, ASST Sette Laghi ha attivato un Ambulatorio Specialistico di II livello, a Malnate, che negli ultimi dieci mesi ha ricevuto ben 130 richieste.

Ne parliamo con Camilla Callegari, professoressa ordinaria di Psichiatria all’Università dell’Insubria, delegata della Rettrice per le Politiche inerenti la Disabilità e il Benessere Psicologico, e direttrice del Dipartimento di Area della Salute Mentale, Prevenzione e Cura delle Dipendenze di ASST Sette Laghi. 

Perché oggi aumenta il bisogno di percorsi dedicati agli adulti con ADHD?

«Non è tanto una scoperta nell’adulto, perché l’ADHD è un disturbo del neurosviluppo e l’esordio non può che collocarsi in epoca infantile. Il problema è che in molti casi non viene diagnosticato da bambini. Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione verso i disturbi del neurosviluppo e questo ha portato a intercettare meglio le situazioni cliniche. Inoltre, ci si è accorti che, anche nell’adulto, questa condizione può determinare sofferenza soggettiva, riduzione della performance, difficoltà nelle relazioni e nella vita quotidiana, spingendo sempre più persone a chiedere una valutazione». 

Quali sono i segnali che possono far sospettare un ADHD in età adulta?

«Nell’adulto prevalgono soprattutto la disattenzione, la disorganizzazione, la difficoltà nella gestione del tempo e una sorta di inquietudine interna. Non si osserva più l’iperattività tipica del bambino, ma difficoltà che incidono sulla quotidianità. Il problema riguarda le funzioni esecutive, cioè la capacità di pianificare, organizzare e portare a termine le attività. Si può fare fatica a seguire una sequenza di azioni, a passare da un compito all’altro o a mantenere il filo di ciò che si sta facendo. Caratteristica è anche la cattiva percezione del tempo: si tende a procrastinare, a sottovalutare quanto tempo servirà per completare un’attività o a impiegarne molto più del previsto». 

L’ADHD può associarsi ad altri disturbi?

«Sì. Le comorbidità sono frequenti. L’ADHD può associarsi ai disturbi da uso di sostanze, ai disturbi dell’umore e ai disturbi d’ansia. Spesso l’ansia nasce proprio dal cattivo funzionamento che il paziente sperimenta ogni giorno: se già faccio fatica a mantenere l’attenzione e a organizzarmi, questa difficoltà può generare ulteriore ansia, aggravando il quadro». 

Se una persona riconosce questi segnali, qual è il percorso previsto a Varese?

«Abbiamo costruito un modello organizzativo su due livelli. Il primo livello consiste nello screening effettuato da tutti i servizi di salute mentale del territorio: i Centri Psicosociali e anche i Servizi per le Dipendenze. Se poi emerge un sospetto diagnostico, la persona viene inviata all’ambulatorio specialistico di secondo livello, dove la valutazione viene approfondita e si decide il percorso più adatto: multidisciplinare, farmacologico oppure integrato». 

Dove si effettuano concretamente gli screening e le valutazioni specialistiche?

«Lo screening di primo livello viene effettuato nei Centro Psico Sociale di Varese[1], Azzate[2], Arcisate[3], Laveno[4] e Luino[5]. Anche i centri Ser.D. – che gestiscono problematiche legate a alcoldipendenza, tossicodipendenza, gioco d’azzardo patologico, dipendenze comportamentali –sono coinvolti nello screening: in particolare, quelli di Varese[6] e Arcisate[7]. L’ambulatorio specialistico di secondo livello è invece collocato a Malnate, all’interno del Polo Giovani dedicato al disagio giovanile». 

Quali sono oggi le possibilità di cura?

«Storicamente i farmaci utilizzati per l’ADHD sono atomoxetina e metilfenidato. Oggi la Regione Lombardia ha introdotto un piano terapeutico regionale che consente ai Dipartimenti di Salute Mentale e ai servizi territoriali di garantire continuità terapeutica ai pazienti già diagnosticati, evitando che l’ambulatorio di secondo livello diventi soltanto un centro prescrittore di farmaci. L’intervento, inoltre, viene costruito tenendo conto delle eventuali comorbidità e coinvolgendo i diversi servizi quando necessario». 

L’équipe di Malnate rappresenta un modello innovativo. Qual è il suo valore aggiunto?

«Ho dato il via a questo ambulatorio quando sono stata certa di avere un’équipe preparata. Abbiamo una psichiatra che si è specializzata su questo tema, sta svolgendo un dottorato di ricerca e ha frequentato un master all’Università di Pavia; una psicologa che ha dedicato la tesi di laurea all’ADHD e un’educatrice professionale che ha intrapreso un master sul coaching. È una piccola équipe, ma composta da professionisti motivati che stanno crescendo insieme, perché il nostro obiettivo è offrire un servizio di qualità». 

L’ADHD nell’adulto non è una condizione che oggi può essere riconosciuta e affrontata con percorsi strutturati. Per molti cittadini del territorio varesino, sapere che esiste una rete che parte dai servizi territoriali e arriva all’ambulatorio specialistico di Malnate significa poter finalmente dare una risposta a difficoltà vissute per anni e trovare un aiuto costruito sulla persona.


[1] https://www.asst-settelaghi.it/cps-di-varese

[2] https://www.asst-settelaghi.it/cps-di-azzate

[3] https://www.asst-settelaghi.it/cps-di-arcisate

[4] https://www.asst-settelaghi.it/cps-di-laveno-mombello

[5] https://www.asst-settelaghi.it/cps-di-luino

[6] https://www.asst-settelaghi.it/ser-d-di-varese

[7] https://www.asst-settelaghi.it/ser-d-di-arcisate