Carlo Acutis arriva al cinema: il docufilm sulgiovane santo

di Luca Loria

A vent’anni dalla sua morte, la figura di Carlo Acutis arriva anche sul grande schermo. Dal 15 al 21 ottobre 2026 sarà nei cinema il documentario Carlo Acutis – Il giovane santo, diretto da Luca Salmaso, dedicato alla sua vita, alla sua fede e alla testimonianza che ha lasciato. Attraverso immagini e testimonianze di chi lo ha conosciuto, il film cerca di raccontare non soltanto il santo, ma anche il ragazzo dietro una figura ormai conosciuta in tutto il mondo.

A Varese il documentario sarà proiettato domenica 18 ottobre alle 20:30 alla Multisala Impero, sei giorni dopo la memoria liturgica di san Carlo Acutis, che ricorre il 12 ottobre.

Ma chi era Carlo Acutis?

Per chi ancora non conosce Carlo Acutis, o ne ha sentito parlare solo superficialmente, vale la pena ripercorrerne brevemente la storia. Carlo nacque a Londra il 3 maggio 1991, figlio degli italiani Andrea Acutis e Antonia Salzano. Pochi mesi dopo la famiglia tornò a Milano, città nella quale Carlo crebbe e trascorse quasi tutta la sua vita. Era un ragazzo del suo tempo: frequentava la scuola, stava con gli amici, amava gli animali, lo sport, i videogiochi e soprattutto l’informatica.

Accanto alla normalità della vita quotidiana sviluppò molto presto una profonda vita spirituale. Al centro c’era soprattutto l’Eucaristia: partecipava frequentemente alla Messa e all’adorazione eucaristica e una delle frasi rimaste maggiormente legate alla sua figura è: «L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo».

Un altro elemento fondamentale della sua spiritualità fu la devozione alla Vergine Maria. Carlo recitava quotidianamente il Rosario, si consacrò più volte alla Madonna e nutrì una particolare devozione per Nostra Signora di Fatima, santuario nel quale si recò anche in pellegrinaggio. Il sito ufficiale dedicato alla sua causa descrive il Rosario come uno degli appuntamenti fondamentali delle sue giornate e parla della Vergine Maria come dell’«unica Donna» della sua vita. Carlo stesso definiva inoltre il Rosario «la scala più corta per salire in Cielo».

La passione per l’informatica non rimase separata dalla fede. Carlo utilizzò le proprie competenze per creare e organizzare contenuti religiosi sul web e ideò un’importante mostra internazionale dedicata ai miracoli eucaristici, raccogliendo fotografie, informazioni storiche e documentazione relativa a numerosi casi avvenuti in diverse parti del mondo. Il progetto, nato anche attraverso Internet, continuò a diffondersi dopo la sua morte fino a essere presentato nei cinque continenti, in migliaia di parrocchie e anche in numerosi campus universitari.

Nell’ottobre del 2006, a soli quindici anni, Carlo si ammalò improvvisamente. Gli venne diagnosticata una leucemia fulminante di tipo M3 e, dopo il ricovero, le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Morì alle 6:45 del 12 ottobre 2006, all’ospedale San Gerardo di Monza.

Pochi mesi prima aveva ideato e girato uno spot dedicato al volontariato, destinato agli studenti del suo liceo, l’Istituto Leone XIII di Milano. Il video, realizzato nell’anno scolastico 2005-2006, invitava i giovani a mettersi al servizio degli altri e venne presentato nell’ambito di un’iniziativa legata al volontariato milanese.

Il 14 ottobre, durante il funerale celebrato nella chiesa di Santa Maria Segreta a Milano, la partecipazione fu così grande che molte persone dovettero rimanere all’esterno. Tra coloro che vollero salutarlo vi erano anche persone povere e senza dimora che Carlo aveva aiutato personalmente durante la sua vita, portando pasti, donando denaro o procurando ciò di cui avevano bisogno.

La sua storia continuò però a diffondersi. Carlo venne proclamato beato il 10 ottobre 2020 ad Assisi e il 7 settembre 2025 papa Leone XIV lo proclamò santo, insieme a Pier Giorgio Frassati, durante la celebrazione in Piazza San Pietro. La sua memoria liturgica ricorre il 12 ottobre, giorno della sua morte.

Oggi Carlo riposa ad Assisi, nella chiesa di Santa Maria Maggiore – Santuario della Spogliazione, divenuta meta di numerosi pellegrinaggi, soprattutto di giovani. Le sue spoglie sono visibili all’interno dell’urna, vestite con abiti semplici e contemporanei: jeans, felpa e scarpe da ginnastica, gli stessi elementi che ricordano immediatamente il ragazzo della sua generazione. Molti fedeli si fermano davanti alla sua tomba per pregare e chiedere la sua intercessione.

Oggi Carlo viene spesso indicato come «il santo dell’era digitale» o «il primo santo millennial». Ma queste definizioni raccontano solo una parte della sua storia. Carlo rappresenta soprattutto un ragazzo che cercò di vivere la fede pienamente senza estraniarsi dal proprio tempo: utilizzò computer e Internet, giocò ai videogiochi e coltivò le normali passioni di un adolescente, cercando però di non lasciare che fossero queste a determinare il senso della propria vita. Anche per questo, a vent’anni dalla sua morte, la sua figura continua a parlare a molti giovani e non solo. Il Vaticano stesso lo presenta come il primo santo della generazione millennial.

Una breve riflessione personale su Carlo Acutis

Su Carlo Acutis si sono dette molte cose. Non sono mancate letture provocatorie, battute poco felici o interpretazioni che lo riducono a una sorta di “operazione di marketing” della Chiesa per avvicinare i giovani. Quando poi si parla dei miracoli legati alla sua figura, ricompaiono facilmente espressioni come “siamo tornati al Medioevo”, spesso utilizzate più come slogan che come vero argomento.

Questo naturalmente non riguarda soltanto Carlo. Anche altri santi, la Chiesa e più in generale la fede cristiana possono essere giudicati attraverso stereotipi o attraverso gli errori commessi da singole persone. Esistono certamente fanatismi, abusi e comportamenti sbagliati che devono essere riconosciuti e affrontati, ma non credo sia corretto utilizzare casi particolari per condannare nel suo insieme il cristianesimo. Lo stesso vale per i sacerdoti: le responsabilità, anche gravi, di alcuni non possono diventare automaticamente il metro con cui giudicare tutti.

Ma torniamo a Carlo. Prima di essere santo, Carlo è stato un ragazzo. Ed è forse proprio questo che può metterci in crisi. Uso questa parola non in senso negativo, ma nel senso di qualcuno capace di metterci in discussione e di farci delle domande ancora oggi, a vent’anni dalla sua morte.

Carlo Acutis era nato nel 1991, proprio come me. Quando morì, il 12 ottobre 2006, aveva quindici anni. Io ne avevo ancora quattordici e avrei raggiunto la stessa età soltanto venti giorni dopo. Questa vicinanza anagrafica mi colpisce perché rende la sua storia meno lontana: apparteneva alla mia stessa generazione. La sua vita ricorda che la santità non appartiene soltanto ai secoli passati, ma può attraversare ogni epoca e ogni generazione.

Carlo mi mette in crisi anche personalmente. Guardando alla sua vita mi capita di pensare che vorrei anch’io riuscire ad amare Dio con maggiore profondità, essere più aperto verso gli altri e comprendere meglio cosa significhi essere davvero innamorati di Gesù nell’Eucaristia. Per Carlo l’Eucaristia era centrale, tanto da mettere le proprie capacità informatiche al servizio della diffusione della conoscenza dei miracoli eucaristici. Allo stesso tempo era profondamente legato alla Madonna e alla preghiera del Rosario.

Spesso però la Messa, il Rosario o i pellegrinaggi vengono considerati “cose da anziani” oppure qualcosa che appartiene soltanto all’infanzia. Se un adolescente o un giovane sceglie di vivere queste esperienze può persino sentirsi dire che dovrebbe pensare a “fare cose da giovane”. Eppure la fede non ha un’età. Si può amare Gesù Cristo a quindici anni, a venti, a trentaquattro, a cinquanta o a ottanta.

La fede non può essere semplicemente qualcosa che ci viene “messo in testa” da bambini. Si può crescere in una famiglia cristiana, imparare a pregare, frequentare il catechismo e ricevere i sacramenti, ma crescendo la fede deve diventare anche una scelta personale: interrogarsi, cercare, credere liberamente e costruire un proprio rapporto con Dio.

Anche le grazie possono mettere in crisi. Può sorgere spontanea una domanda: perché in alcune famiglie la testimonianza di una persona sembra produrre cambiamenti profondi, mentre in altre qualcuno prega, va a Messa, legge il Vangelo e cerca sinceramente Dio senza vedere gli stessi risultati? Non credo esista una risposta semplice. Forse però non dobbiamo vivere aspettandoci continuamente un segno o un miracolo improvviso. Possiamo cercare di rendere concreta e coerente la nostra fede, sapendo che ciò che accade nel cuore delle altre persone non dipende interamente da noi.

Forse è anche questo che Carlo può insegnare: cercare di fare della propria vita una testimonianza, senza pretendere di controllarne i risultati. Carlo Acutis mette in crisi, sì. Ci mette in crisi perché ci spinge a migliorarci. Non a diventare una copia di lui, ma forse proprio il contrario: a scoprire quale forma può assumere la santità nella nostra vita, nel nostro tempo e nella nostra storia. A essere originali e non fotocopie.