Giuseppe Grandi, lo scultore della Valganna che conquistò Milano

Il 17 ottobre 1843, a Ganna, nel cuore della Valganna, nacque una delle figure più intense e tormentate della scultura italiana dell’Ottocento: Giuseppe Grandi.

La sua vita, breve ma densissima, incarna alla perfezione lo spirito ribelle della Scapigliatura milanese, quel movimento artistico e letterario che rifiutò ogni regola accademica per cercare una verità nuova, inquieta, moderna. Il ritratto che spesso lo accompagna – sguardo profondo, capelli spettinati, volto scavato – racconta più di mille parole il suo temperamento inquieto e la sua lotta interiore tra arte, idealismo e tormento.

Figlio di Francesco Giuseppe, falegname, e di Marianna Cerutti, Giuseppe fu il terzo di sei figli. La sua infanzia fu umile, segnata dal lavoro manuale. A soli tredici anni entrò nella bottega di un artigiano di Bisuschio, dove imparò a scolpire il marmo, ma presto comprese che non gli bastava. Milano, la città dove l’arte pulsava tra Accademie e caffè letterari, lo chiamava. Nel 1860, diciassettenne, fu ammesso all’Accademia di Brera, dove affinò il disegno e lo studio della figura umana. Sei anni dopo, proseguì gli studi a Torino, all’Accademia Albertina, con il grande scultore Vincenzo Vela e accanto a Odoardo Tabacchi, anch’egli originario della Valganna.

Fu proprio a Milano, di ritorno dal Piemonte, che Grandi entrò in contatto con il clima febbrile della Scapigliatura, stringendo legami profondi con pittori come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Insieme, rifiutarono la freddezza accademica e abbracciarono un’arte fatta di vibrazioni, luce, carne viva. Grandi trasferì nella scultura ciò che i suoi amici portavano sulla tela: il movimento, la luce che scompone le forme, la vita che vibra nella materia.

Il suo monumento a Cesare Beccaria (1871), collocato nell’omonima piazza di Milano, segnò una svolta. Commissionato in un clima acceso di dibattito civile, sostenuto dalla rivista scapigliata Cronaca grigia, quell’omaggio al giurista simbolo dell’abolizione della pena di morte non fu una semplice statua: fu un manifesto. La superficie non era liscia né composta, ma increspata, viva, quasi in fermento. Seguirono opere come Il paggio di Lara (1873) e il Maresciallo Ney (1874), dove la materia scolpita sembra fremere, respirare.

Ma il suo vero capolavoro, il sogno che lo divorò per tredici anni, fu il Monumento alle Cinque Giornate di Milano. Nel 1881 partecipò e vinse il concorso per celebrare l’insurrezione popolare del 1848. Da allora, la sua vita si trasformò in un’opera sola: preparò modelli, studiò animali reali in un piccolo serraglio da lui allestito, scelse cinque giovani popolane per rappresentare le cinque giornate. Il monumento non era solo patriottismo; era un inno alla libertà del popolo, alla dignità della rivolta.

Purtroppo, non vide mai l’inaugurazione. Morì a Ganna, il 30 novembre 1894, a soli 51 anni. Il suo monumento venne svelato il 18 marzo 1895, quarantasettesimo anniversario dell’insurrezione. Quella statua, oggi al centro di Piazza Cinque Giornate, racchiude ancora il suo ultimo respiro, la sua furia creativa, il suo sublime tormento.

A Varese, una via porta il suo nome. Ma è nelle crepe del marmo, nei chiaroscuri del bronzo, che Giuseppe Grandi vive davvero: nelle ombre che respirano.