Perdonaci, mamma Paola

di Maria Francesca Nocolò e Stefania Cipolat

Il delitto di Lidia Macchi, avvenuto nel gennaio del 1987 a Cittiglio, non è soltanto uno dei più complessi e dolorosi cold case della storia italiana recente: è la traiettoria di una comunità intera che, per quasi quattro decenni, si è specchiata nell’assenza di una risposta definitiva.

Oggi quell’assenza assume contorni ancora più nitidi e dolorosi. Con la scomparsa di Paola Macchi, madre di Lidia, la ricerca della verità perde la sua voce più ferma e composta. Un’assenza che ci impone non soltanto il dovere della cronaca, ma quello dell’analisi culturale e morale sul rapporto tra giustizia, mass media e memoria cittadina.

Abbiamo voluto ricordare questo evento con un pensiero ed alcune, doverose, considerazioni.

Il testo della memoria, a cura di Stefania Cipolat

Perdonaci, Paola.

Oggi Varese ha salutato Paola Macchi, la mamma di Lidia. E ci sono giorni nei quali una città non dovrebbe limitarsi a salutare. Dovrebbe fermarsi. Guardarsi dentro. Ricordare. E, forse, trovare il coraggio di chiedere perdono.

Perdonaci, Paola. Perdonaci perché non abbiamo saputo darti quella verità che hai cercato per una vita intera.

Non una verità qualsiasi. Non un nome da consegnare alle cronache per chiudere un fascicolo. Tu hai sempre chiesto una cosa molto più semplice e insieme infinitamente più difficile: sapere chi aveva ucciso tua figlia. Non un colpevole. Il colpevole.

L’omicidio di Lidia Macchi non è stato soltanto uno dei fatti di cronaca nera che hanno segnato Varese. È diventato una ferita della città. Una di quelle ferite che il tempo non riesce davvero a rimarginare, perché manca qualcosa di essenziale: la giustizia.

Quando una tragedia così grande accade nel luogo in cui vivi, inevitabilmente qualcosa cambia. Anche quando pensiamo di esserci abituati alle immagini, ai titoli, ai plastici televisivi, agli speciali, alle ricostruzioni e alla trasformazione del dolore in spettacolo, davanti alla storia di una ragazza uccisa e di una famiglia lasciata per decenni senza una risposta non ci si abitua. Non ci si deve abituare.

Per anni intorno alla morte di Lidia si sono accumulate domande, piste, sospetti, testimonianze, silenzi, riaperture delle indagini. Si è pensato che qualcuno potesse sapere. Si sono interrogati ambienti e relazioni. Si è arrivati a credere di avere finalmente trovato una risposta, per poi vedere quella certezza dissolversi nuovamente.

E ogni volta la famiglia Macchi ha dovuto ricominciare. Ha dovuto sopportare la riesumazione del corpo di Lidia, la riapertura di una ferita che non si era mai chiusa, nuovi interrogatori, nuove speranze e nuove delusioni. E insieme a tutto questo, anche l’attenzione spesso feroce di un sistema mediatico che, davanti ai grandi casi di cronaca, rischia troppe volte di dimenticare che dietro ogni fotografia, ogni titolo e ogni ricostruzione esistono persone vere.

Esistono una madre e un padre. Esiste una famiglia. Esiste un dolore che non dovrebbe mai diventare intrattenimento.

Eppure, dentro tutto questo, Paola ha conservato una dignità straordinaria. Ha continuato a credere nella possibilità che un giorno la verità arrivasse. Ha continuato ad avere fiducia nella giustizia, anche quando quella stessa giustizia sembrava incapace di consegnarle la risposta che attendeva.

Prima suo marito. Poi lei. Sono passati gli anni. Sono cambiate generazioni, magistrati, investigatori, giornalisti. È cambiata Varese. Ma quella domanda è rimasta lì. Chi ha ucciso Lidia?

Ed è forse questa la parte più dolorosa della giornata di oggi. Paola se ne è andata senza avere ricevuto, qui, quella risposta definitiva.

Per questo oggi il saluto di Varese dovrebbe contenere anche una parola difficile. Scusa.

Scusaci, Paola, perché la tua città non è riuscita a restituirti quello che chiedevi. Scusaci perché le istituzioni, la giustizia, le indagini, il tempo, le persone, tutti noi insieme non siamo riusciti a dare un nome definitivo al male che ti ha portato via tua figlia.

Non significa attribuire colpe collettive. Significa riconoscere una sconfitta. Perché quando una madre muore aspettando ancora giustizia per la propria figlia, quella sconfitta riguarda un’intera comunità.

Oggi Varese ti ha accompagnata nel tuo ultimo viaggio. E vogliamo immaginare che, da qualche parte oltre ciò che possiamo comprendere, tu abbia finalmente ritrovato Lidia. Che tu l’abbia stretta forte. Che per un momento siano scomparsi gli interrogatori, i fascicoli, le udienze, i sospetti, i titoli dei giornali, le telecamere. Che siano rimaste soltanto una madre e sua figlia.

E forse oggi quel nome che hai cercato per tutta la vita tu lo conosci. Noi, invece, rimaniamo qui. Con una domanda ancora aperta. Con una ferita che appartiene alla storia di questa città. E con una richiesta di perdono che forse avremmo dovuto pronunciare molto prima.

Perdonaci, Paola.

Avremmo voluto essere capaci di restituire pace a Lidia attraverso una giustizia certa. Avremmo voluto essere capaci di regalare a te e alla tua famiglia almeno la verità. Non ci siamo riusciti.

Oggi possiamo soltanto stringerci idealmente intorno a voi. E immaginare il tuo abbraccio più atteso. Quello con la tua Lidia.

Il lascito morale e l’eredità civile

Di Maria Francesca Nicolò

Chi, a Varese, non si ricorda di Lidia?

Di lei parlano quelle immagini sorridenti, di una ragazza che trasudava amore da ogni poro e guardava la vita con fiducia e fede ed anche chi, come me, è nata dopo il delitto, guardandole, prova un profondo senso di angoscia.

Come un mistero doloroso e nostalgico, legato indissolubilmente alla città giardino.

La storia di Paola Macchi si chiude così, nell’abbraccio simbolico di una Varese che si scopre spoglia di fronte alle proprie insicurezze e la dignità con cui la famiglia Macchi ha attraversato per decenni le stanze dei tribunali, le aule dei processi e il clamore dei riflettori televisivi resta una lezione di civiltà e di compostezza istituzionale.

Il caso Lidia Macchi rappresenta un richiamo costante per il giornalismo, la magistratura e la società civile in quanto la ricerca della verità non è un esercizio d’intrattenimento, ma l’unico fondamento su cui si regge la fiducia tra i cittadini e la comunità in cui vivono.

A noi tocca continuare a raccontarla, onorando la memoria e il sacrificio di questa straordinaria ragazza e della sua meravigliosa famiglia.