Il nuovo PGT di Varese: la città del futuro si costruisce nei luoghi del passato

Il nuovo PGT racconta una Varese che prova a cambiare il modo in cui è cresciuta. Per decenni la città ha allargato i propri confini costruiti: case, quartieri e strade hanno occupato progressivamente spazi che un tempo erano prati, boschi e campagna. Il nuovo Piano di Governo del Territorio, che arriverà in Consiglio comunale il primo settembre, prova a cambiare direzione: la Varese del futuro dovrebbe crescere soprattutto dentro la Varese che già esiste.

E dentro quella città esiste ancora un’altra eredità del passato. Varese è stata una città industriale, con fabbriche e attività produttive cresciute spesso a stretto contatto con i rioni e poi inglobate dallo sviluppo urbano. Alcune hanno chiuso lasciando grandi vuoti proprio nel cuore della città costruita. Il nuovo PGT riparte anche da questi spazi: ciò che apparteneva alla Varese produttiva del Novecento diventa oggi una delle riserve su cui immaginare quella dei prossimi decenni.

È questo il significato dello slogan «zero consumo di suolo». Il piano cancella circa 30 ettari di vecchie previsioni edificatorie su terreni liberi e concentra lo sviluppo in tredici aree già urbanizzate. Tra queste ci sono l’ex conceria Ghiringhelli-Dogana e l’ex Fraschini, il grande comparto delle stazioni, l’ex Enel di viale Aguggiari, viale Borri, via Daverio, piazzale Staffora e via Albani. Il passato industriale, insomma, diventa una parte della Varese di domani. E’ un processo che Varese ha già cominciato a vedere: è accaduto con l’ex Falegnameria Fidanza di via Carcano e sta accadendo, su una scala molto più grande, all’ex Aermacchi di Masnago, dove il vecchio stabilimento sta lasciando spazio a nuove funzioni, servizi e si spera anche verde.

La promessa è quella di una città più verde e vicina ai suoi abitanti: oltre cinquemila nuovi alberi, servizi distribuiti nei quartieri, percorsi pedonali e ciclabili, nuove fermate ferroviarie e la «città dei quindici minuti», dove ciò che serve nella vita quotidiana possa essere raggiunto senza attraversare mezza città. Nelle trasformazioni trovano spazio anche verde, opere pubbliche e case sociali. Sulle carte, però, le garanzie sono meno automatiche di quanto suggeriscano gli slogan: l’edilizia sociale è una possibilità e non un obbligo, mentre in alcuni casi verde e servizi possono essere sostituiti da un pagamento al Comune. E gli alberi arriveranno insieme ai progetti, dunque nel corso degli anni.

Cambia anche il modo in cui la città potrà costruire. La Varese del Novecento è cresciuta molto attraverso piccoli proprietari, villette e case familiari, pezzi di città realizzati un lotto alla volta. Il nuovo piano guarda invece soprattutto alle grandi trasformazioni: i volumi degli edifici esistenti o demoliti possono diventare crediti da trasferire e acquistare, mentre una parte dell’edificabilità aggiuntiva viene definita attraverso una negoziazione tra Comune e operatori. È un sistema pensato per rimettere in movimento aree ferme da decenni, ma che per dimensioni e investimenti necessari porta inevitabilmente in primo piano le società immobiliari più che il singolo cittadino che costruisce o sistema la propria casa.

E di case si continuerà comunque a costruire: il piano prevede circa 254.750 metri quadrati di nuove superfici residenziali, mentre Varese perde abitanti e conta già quasi 9.300 alloggi vuoti. La previsione si appoggia soprattutto a un cambiamento sociale: diminuisce la popolazione, ma aumentano i nuclei piccoli, con più single e anziani soli e quindi una diversa domanda abitativa.

La politica ha già cominciato a discutere sui tempi dell’approvazione, fissata a inizio settembre, ma quella è soltanto una parte della partita. l PGT racconta soprattutto un cambio di epoca: dalla città che si allargava occupando nuovi terreni a quella che deve tornare sui propri vuoti, sulle fabbriche chiuse e sugli edifici inutilizzati. La scommessa sarà capire se, trasformandoli, Varese riuscirà a conservare quell’equilibrio tra rioni, verde e città costruita che ne ha disegnato l’identità.