Un fulmine sul Sacro Monte

Il 25 agosto 1580 – Un fulmine sul Sacro Monte

La cronaca di Antonio Adamollo e Luigi Grossi del 1931 ci consegna un episodio singolare e, al tempo stesso, carico di suggestione: il 25 agosto 1580, a mezzogiorno circa, un fulmine colpì la chiesa di Santa Maria del Monte, cuore spirituale del Sacro Monte di Varese.

La scena descritta appare di grande forza: all’interno del santuario, gremito di circa seicento persone venute da fuori Varese per assistere alla Messa all’altare maggiore, all’improvviso irrompe la “saetta”. Il fulmine, scrivono i cronisti, entrò da una porta e uscì dall’altra senza recare alcun danno ai fedeli. Tuttavia, la paura fu enorme: quasi tutti i presenti caddero a terra, storditi dal fragore e dalla convinzione che la chiesa fosse sul punto di incendiarsi.

L’episodio colpisce non solo per la sua dimensione spettacolare, ma anche per il contesto storico. Negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento, la spiritualità cattolica stava vivendo un momento di profonda trasformazione, incentrata sul rafforzamento della devozione mariana e sull’esperienza comunitaria della fede. Il Sacro Monte, che di lì a poco avrebbe visto l’inizio del grandioso progetto delle cappelle voluto dal padre cappuccino Giovan Battista Aguggiari (1598), era già meta di pellegrinaggi e simbolo di identità religiosa per le popolazioni del territorio.

Il fulmine, in un tempo in cui la natura era percepita come portatrice di segni divini, non poteva che essere interpretato come un messaggio: non a caso, i cronisti insistono sul fatto che, pur essendo presenti centinaia di fedeli, nessuno riportò ferite. È come se la potenza distruttiva fosse stata “guidata” in modo soprannaturale: entrata da una porta, uscita dall’altra, la scarica non fece vittime. Un miracolo? Certamente un evento che alimentò la devozione e il senso di protezione mariana.

Dal punto di vista architettonico, episodi simili ci ricordano quanto gli edifici sacri fossero esposti alle forze della natura. Le chiese, spesso collocate in luoghi elevati, fungevano da veri e propri parafulmini naturali. Prima dell’invenzione del dispositivo di Franklin, a metà del XVIII secolo, la popolazione si affidava a benedizioni e processioni per “dissuadere” i temporali. Che una scarica si propagasse lungo le mura senza colpire direttamente i fedeli era percepito come straordinario.

Questo episodio è rimasto nella memoria scritta non tanto per la cronaca meteorologica, ma per il valore simbolico: il Sacro Monte, centro spirituale e culturale, era visto come luogo protetto dalla Madonna. L’eco di quell’evento si inserisce nel lungo filo narrativo che lega Varese alla sua montagna sacra, dove fede, natura e storia si intrecciano continuamente.

Rileggere oggi quelle righe significa riscoprire un legame con il passato: l’emozione collettiva, lo sgomento, la paura che si trasforma in gratitudine per lo scampato pericolo. Significa anche ricordare che il Sacro Monte non è solo un luogo monumentale e patrimonio UNESCO, ma uno spazio vivo di fede popolare, dove ogni pietra e ogni cronaca antica custodiscono memorie di comunità intere.

Quel 25 agosto 1580, una scarica di cielo illuminò il Santuario senza distruggerlo. Forse, ancora oggi, vale la pena di leggere quel lampo come segno di una protezione che accompagna la storia di Varese e del suo Monte sacro.