C’era un tempo in cui il mercato del lunedì a Varese non era soltanto un luogo dove fare la spesa. Era un appuntamento, un punto d’incontro, quasi un piccolo mondo nel cuore della città.
A riportarci nella Varese degli anni Cinquanta è Giancarlo Pozzi, allora bambino, con un ricordo fatto di volti, voci, negozi e battute in dialetto.
«Ricordo bene Redentore», racconta. Vendeva limoni e richiamava i clienti gridando: «Sei limoni, una lira!». Giancarlo lo ricorda come una brava persona, uno di quei personaggi che appartenevano alla quotidianità del mercato e che tutti finivano per conoscere.
Suo padre lavorava al mercato di Varese e per Giancarlo, ancora bambino, quel luogo era familiare. Tra le persone che popolavano le bancarelle c’era anche una donna che vendeva uova e verdure, conosciuta come la Bertona.
I bambini del mercato avevano inventato per lei una filastrocca in dialetto:
«La Bertona che la fa i pet e po la dis cal trona!»
Lei fingeva di arrabbiarsi, li minacciava con la mano e rispondeva: «Se va ciapi…», ma lo faceva sorridendo. Anche di lei Giancarlo conserva il ricordo affettuoso di una brava persona.
Ma nella sua memoria non ci sono soltanto le persone. C’è anche una Varese profondamente diversa da quella di oggi.
Dove ora sorgono Le Corti, all’incrocio tra piazza Repubblica e via Dazio Vecchio, Giancarlo ricorda il Garage Mera. Poco più avanti c’erano il negozio di sementi di Angelo Pozzi e Bertoni, che vendeva motociclette di diversi marchi, soprattutto Gilera.
Poi, arrivando all’angolo con via Manzoni, c’era il mitico Bar Firenze, con Alfio, il proprietario, personaggio rimasto nella memoria di molti varesini. E proprio di fronte, in via Manzoni, un altro luogo indimenticabile: la gelateria Quinto.
Era anche una città che parlava un’altra lingua: il dialetto.
Al mercato lo si sentiva continuamente tra venditori e clienti, nelle battute, nelle discussioni e nei richiami degli ambulanti. Le bancarelle erano molto più piccole di quelle attuali e anche i passaggi tra una fila e l’altra erano stretti, spesso larghi appena due metri o persino meno.
Il lunedì, però, quel mercato si riempiva.
I supermercati ancora non esistevano e dai paesi del circondario arrivavano le corriere cariche di persone dirette a Varese per fare la spesa. Per molti il mercato rappresentava uno degli appuntamenti più importanti della settimana.
Oggi Giancarlo Pozzi torna al mercato una o due volte all’anno e inevitabilmente osserva quanto sia cambiato. Le bancarelle sono diventate più grandi, più ampi sono i passaggi e sono cambiate anche le persone che vi lavorano.
E soprattutto non si sente quasi più parlare quel dialetto che accompagnava le mattine del mercato della sua infanzia.
Rimangono però i ricordi: Redentore e il suo grido dei limoni, la Bertona che rincorreva scherzosamente i bambini, Alfio al Bar Firenze, la gelateria Quinto, le motociclette di Bertoni, le piccole bancarelle e le corriere che ogni lunedì portavano a Varese uomini e donne dai paesi vicini.
Un mercato diverso, una Varese diversa.
Come conclude semplicemente Giancarlo Pozzi, guardando la città di oggi attraverso gli occhi del bambino che fu:
«Ma tutto cambia.»
Foto generata da IA
