Meta paghi per i suoi errori. Ma non chiediamole di educare i nostri figli

Meta può e deve rispondere delle proprie condotte. Se ha violato norme sulla privacy dei minori, se ha utilizzato sistemi studiati per prolungare il più possibile la permanenza degli adolescenti sulle piattaforme, se ha conosciuto determinati rischi senza affrontarli adeguatamente, è giusto che ne risponda. Ma c’è un confine che non dovremmo oltrepassare: trasformare Facebook, Instagram e più in generale i social network nel grande capro espiatorio dei problemi delle nuove generazioni. Perché sarebbe troppo facile.

Di fronte alla violenza giovanile, al bullismo, alle baby gang, alle aggressioni filmate con il telefonino, al fenomeno dei cosiddetti “maranza”, alla crescente difficoltà di molti adulti nel far rispettare una regola, la risposta non può essere semplicemente: sono i social. I social possono amplificare. Possono esaltare determinati comportamenti. Possono trasformare una bravata in uno spettacolo da mostrare a migliaia di persone e rendere popolare un modello negativo. Ma Instagram non entra in casa nostra a stabilire le regole. Facebook non accompagna nostro figlio a scuola. TikTok non decide quale conseguenza debba avere un comportamento inaccettabile. Queste responsabilità appartengono innanzitutto agli adulti. E forse è proprio questa la parte della discussione che ci piace meno affrontare.

Dove è finita l’autorità degli adulti?

Ci sono genitori che raccontano di non riuscire più a togliere un telefono dalle mani di un figlio adolescente. Insegnanti che devono confrontarsi quotidianamente con ragazzi che non riconoscono più l’autorità scolastica. Forze dell’ordine che intervengono di fronte a minorenni convinti che ogni limite possa essere sfidato. Naturalmente non rappresentano tutti i giovani. Sarebbe profondamente ingiusto descrivere un’intera generazione attraverso i suoi casi peggiori. Ma il problema esiste.

E allora dovremmo avere il coraggio di porci una domanda scomoda: davvero pensiamo di risolverlo imponendo a una piattaforma digitale di spegnersi dopo un certo numero di ore? Un limite tecnologico può essere utile. Una verifica dell’età può essere sacrosanta. Una maggiore protezione dei bambini è certamente auspicabile. Ma nessun algoritmo può sostituire un padre o una madre capaci di dire «no». Nessun parental control può sostituire una scuola autorevole. Nessuna impostazione di Instagram può sostituire una società nella quale a un comportamento sbagliato corrisponda una conseguenza comprensibile e concreta.

La responsabilità di Meta esiste. Ma ha dei confini

Questo non significa assolvere Meta. Se un’impresa realizza enormi profitti attraverso l’attenzione delle persone – e soprattutto dei più giovani – ha una responsabilità enorme. Se conosce i rischi di determinati meccanismi e continua deliberatamente a sfruttarli, deve risponderne. Ma responsabilità aziendale e responsabilità educativa sono due cose differenti. Ed è proprio qui che rischiamo di commettere un errore.

Possiamo obbligare Meta a modificare Instagram. Possiamo regolamentare TikTok. Possiamo imporre controlli a YouTube. Domani potremo regolamentare qualsiasi altra piattaforma prenderà il loro posto. Ma se contemporaneamente continuiamo a indebolire famiglia, scuola e istituzioni, avremo soltanto spostato il problema. Perché il ragazzo che non riconosce alcun limite nella vita reale non imparerà il significato della parola «limite» perché compare un avviso sullo smartphone. Troverà un altro account. Un’altra applicazione. Un altro telefono.

È sempre colpa di qualcun altro

C’è poi un rischio culturale ancora più grande. Quello di costruire una società nella quale la responsabilità appartiene sempre a qualcun altro. Se un adolescente trascorre otto ore davanti allo smartphone, la responsabilità è dell’algoritmo. Se compie una bravata per ottenere visualizzazioni, la responsabilità è del social. Se non accetta un rimprovero, dobbiamo cercarne la spiegazione fuori da lui.

Le spiegazioni sono indispensabili. Ma spiegare un comportamento non significa cancellare la responsabilità di chi lo compie e di chi aveva il compito di educare. Altrimenti rischiamo un paradosso: nel tentativo di proteggere i ragazzi da ogni influenza negativa, finiamo per considerarli incapaci di rispondere delle proprie azioni e gli adulti incapaci di educarli. Non può essere questa la soluzione.

Proteggere non significa sostituire

Servono social network più sicuri. Servono strumenti efficaci per proteggere i bambini. Servono controlli sull’utilizzo dei dati e limiti alle tecniche commerciali più aggressive rivolte ai minorenni. Ma serve soprattutto qualcosa che nessuna legge potrà scaricare su Meta: adulti che tornino a fare gli adulti. Genitori che esercitino il proprio ruolo. Una scuola sostenuta quando pretende rispetto.

Istituzioni capaci di intervenire. E ragazzi ai quali venga insegnato che crescere significa acquisire libertà, ma insieme alla libertà arriva inevitabilmente la responsabilità. Meta paghi dunque per ciò che Meta ha eventualmente fatto. Ma non facciamole pagare simbolicamente anche tutto ciò che noi adulti abbiamo smesso di fare. Perché sarebbe molto comodo. E probabilmente non cambierebbe nulla.