Fernanda Miracca Gattinoni nacque a Cocquio Trevisago, in provincia di Varese, il 20 dicembre 1906 e morì a Roma il 26 novembre 2002. Tra queste due date si sviluppa una storia che dal Varesotto conduce a Londra e Parigi, attraversa la Roma della Dolce Vita e arriva sui grandi schermi di Hollywood. È la storia di una ragazza partita da un piccolo paese della provincia di Varese e diventata una delle protagoniste dell’alta moda italiana del Novecento.
Una donna che avrebbe vestito regine, principesse, first lady e alcune delle attrici più famose del mondo: Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Anna Magnani, Ava Gardner, Kim Novak, Elizabeth Taylor, Gina Lollobrigida, Lucia Bosè, Lana Turner e Bette Davis.
Ma Fernanda Gattinoni non dimenticò mai Cocquio Trevisago. Molti decenni dopo, ormai conosciuta in tutto il mondo, avrebbe ricordato il paese nel quale era cresciuta come il suo «punto di riferimento».
Fernanda trascorse a Cocquio Trevisago gli anni dell’infanzia insieme all’amato fratello Franco. Il legame con il paese non sarebbe scomparso con il successo. Al contrario, sarebbe rimasto sorprendentemente forte anche quando la sua vita quotidiana si sarebbe svolta tra atelier, attrici internazionali e personalità dell’aristocrazia.
Una pubblicazione dedicata alla storia di Cocquio Trevisago ricorda come Gattinoni tornasse nel paese durante le vacanze estive per rigenerarsi fisicamente e spiritualmente. La provincia di Varese rappresentava dunque qualcosa di più del semplice luogo di nascita: era il posto al quale continuava a tornare.
La svolta arrivò prestissimo. A soli 17 anni, negli anni Venti, Fernanda lasciò l’Italia e raggiunse Londra, uno dei grandi centri europei della moda. Entrò nell’ambiente della prestigiosa maison di Edward Molyneux, stilista frequentato dall’aristocrazia e dall’alta società internazionale.
Per una ragazza proveniente dalla provincia varesina era l’ingresso in un mondo completamente diverso. Londra le consentì di perfezionare la conoscenza della sartoria, dei tessuti, delle forme e soprattutto del rapporto personale con la cliente, elemento che sarebbe rimasto centrale per tutta la sua carriera.
Poi arrivò Parigi. Ed è qui che avvenne uno degli incontri destinati a diventare parte della leggenda di Fernanda Gattinoni. A Parigi Fernanda conobbe Gabrielle “Coco” Chanel.
Chanel comprese le capacità della giovane italiana e le propose di collaborare con la propria maison. Gattinoni avrebbe potuto rimanere nella capitale mondiale della moda. Scelse invece di tornare in Italia.
Una decisione importante, perché in quegli anni l’alta moda italiana non possedeva ancora il prestigio internazionale che avrebbe conquistato nel secondo dopoguerra. Parigi dettava le regole e molte sartorie italiane guardavano alla Francia come modello quasi inevitabile. Fernanda decise di percorrere un’altra strada.
Nel 1930 rientrò in Italia e iniziò a lavorare con la prestigiosa Sartoria Ventura, prima a Milano e successivamente a Roma. La sua capacità fu presto riconosciuta.
Alla fine degli anni Trenta era ormai inserita nell’ambiente della grande sartoria romana e aveva acquisito esperienza, relazioni e una clientela importante. Poi arrivarono la guerra e la crisi. Ma proprio negli anni più difficili Fernanda decise di rischiare.
Nel 1944, dopo la chiusura della Sartoria Ventura, cominciò a confezionare abiti in un appartamento di Piazza del Popolo, a Roma. Due anni dopo arrivò il grande salto.
Nel 1946 Fernanda Gattinoni aprì il suo atelier di Alta Moda in via Marche 72, a Roma. Non era più la ragazza partita da Cocquio. Era diventata “Madame Fernanda”.
L’attività crebbe rapidamente fino a raggiungere dimensioni notevoli: secondo la documentazione conservata dal Sistema Archivistico Nazionale, nell’atelier lavoravano 120 persone, oltre a tre mannequin e due autisti.
Roma stava intanto trasformandosi in uno dei grandi centri internazionali del cinema. Cinecittà attirava produzioni americane, registi, attori e attrici. Era la stagione che avrebbe reso celebre la definizione di “Hollywood sul Tevere”. E molte delle donne più famose del mondo iniziarono a entrare nell’atelier di Fernanda Gattinoni.
L’elenco delle sue clienti sembra quello di una storia del cinema del Novecento: Anna Magnani, Ingrid Bergman, Ava Gardner, Audrey Hepburn, Kim Novak, Elizabeth Taylor, Lana Turner, Bette Davis, Lauren Bacall, Gina Lollobrigida, Lucia Bosè, Monica Vitti.
Gattinoni non confezionava soltanto costumi cinematografici. Le attrici si rivolgevano a lei anche per il proprio guardaroba personale. Con Ingrid Bergman nacque un rapporto particolarmente importante. Gattinoni realizzò abiti per l’attrice nei film di Roberto Rossellini “Europa ’51” (1952), “Siamo donne” (1953) e “Viaggio in Italia” (1954). Anni dopo avrebbe nuovamente vestito Bergman in “Fiore di cactus” (1969).
Ma il film che più di ogni altro legò il nome Gattinoni alla storia del costume cinematografico fu un kolossal del 1956. Nel 1956 King Vidor portò sul grande schermo “Guerra e pace”, tratto dal capolavoro di Lev Tolstoj. Nel ruolo di Nataša Rostova c’era Audrey Hepburn.
La costumista Maria De Matteis affidò a Fernanda Gattinoni la realizzazione degli abiti indossati dall’attrice. Gattinoni diede forma a vestiti caratterizzati da linee neoclassiche, vita alta, tessuti leggeri, drappeggi e richiami allo stile Impero.
Quell’esperienza cinematografica ebbe conseguenze anche sulla moda. Fernanda sviluppò infatti la celebre collezione “Natascia”, ispirata alla protagonista del romanzo di Tolstoj.
La linea contribuì al ritorno dello stile Impero nella moda degli anni Cinquanta. Vogue Italia ha sottolineato come Gattinoni avesse anticipato di alcuni mesi persino Christian Dior nel recupero di questa silhouette. Due degli abiti realizzati per Audrey Hepburn in “Guerra e pace” sono ancora censiti nell’archivio storico della maison.
Ma davanti a Fernanda Gattinoni non passarono soltanto attrici. Nel 1947 Eva Perón, durante il suo viaggio europeo, scelse nell’atelier di via Marche l’abito nero da indossare per essere ricevuta da Papa Pio XII.
Tra le clienti della maison figurano inoltre Golda Meir, Jackie Kennedy e numerose donne dell’aristocrazia internazionale. Nel 1961 accadde persino un piccolo caso diplomatico e mondano.
La principessa Margaret d’Inghilterra, sorella della regina Elisabetta II, indossò a Buckingham Palace abiti firmati Gattinoni. La scelta fece scalpore perché l’etichetta della corte britannica scoraggiava le altezze reali dall’indossare creazioni di stilisti stranieri.
Una firma nata a Cocquio Trevisago era ormai arrivata fin dentro Buckingham Palace.
Fernanda Gattinoni apparteneva a una generazione di creatori che contribuì all’emancipazione della moda italiana dal predominio francese. La sua era un’eleganza lontana dall’ostentazione. Il vestito doveva valorizzare la donna, non sopraffarla.
E proprio il rapporto personale con le clienti rappresentò uno dei segreti della sua lunghissima carriera. Gattinoni scelse inoltre una strada indipendente rispetto ad alcuni grandi eventi collettivi della nascente moda italiana, preferendo spesso il rapporto diretto con la propria clientela e l’unicità del capo.
Nel 1965 la maison si trasferì in via Toscana, a pochi passi da Via Veneto e dall’ambasciata americana. Erano gli anni della Roma internazionale, del cinema e della Dolce Vita. Fernanda era ormai una delle sue protagoniste.
Accanto ai successi professionali, la vita di Fernanda Gattinoni conobbe anche un dolore profondissimo. Il figlio Raniero Gattinoni, nato nel 1953, aveva progressivamente affiancato la madre nell’attività della maison e contribuì al suo rinnovamento negli anni Ottanta.
Morì prematuramente nel 1993, a soli quarant’anni. Fu un colpo durissimo per Fernanda. La testimonianza raccolta nella storia locale di Cocquio Trevisago ricorda quanto quel dolore fosse ancora presente molti anni dopo.
La maison continuò comunque la propria attività, con Stefano Dominella alla presidenza e Guillermo Mariotto alla direzione creativa.
C’è però un episodio meno conosciuto della sua vita che racconta forse meglio di molti altri il rapporto tra Fernanda Gattinoni e il Varesotto. Il 30 settembre 2001, quando aveva ormai alle spalle oltre mezzo secolo ai vertici della moda internazionale, tornò a Cocquio Trevisago.
Al Mulino Salvini le venne conferita la cittadinanza onoraria. Aveva ricevuto riconoscimenti enormemente più prestigiosi, comprese importanti onorificenze della Repubblica. Eppure quella cerimonia la emozionò profondamente.
Ricordando Cocquio disse: «Durante la giornata quante volte il pensiero va a Cocquio, il mio punto di riferimento».
Per lei quel riconoscimento aveva qualcosa che gli altri non potevano avere: proveniva dalla sua gente. Era tornata nel luogo dal quale tutto era cominciato.
Gattinoni continuò a essere un punto di riferimento della maison fino alla vecchiaia. La Repubblica Italiana le conferì importanti riconoscimenti, tra cui il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Nel 2002 arrivò inoltre un incarico particolare: alla maison venne affidato il progetto delle nuove uniformi dell’Esercito Italiano, un compito fino ad allora mai assegnato a un atelier di alta moda.
Pochi mesi dopo, il 26 novembre 2002, Fernanda Gattinoni morì a Roma. Aveva 95 anni. Roma le tributò l’ultimo saluto con la camera ardente in Campidoglio.
La storia di Fernanda non è rimasta soltanto nelle fotografie delle dive. L’Archivio Fernanda e Raniero Gattinoni conserva migliaia di testimonianze della maison: circa 1.200 disegni, 800 abiti, 2.000 fotografie, 1.000 video e un centinaio di documenti.
Nel 2009 l’archivio è stato dichiarato di interesse storico particolarmente importante dalla Soprintendenza archivistica. Tra gli abiti storici conservati figurano capi appartenuti o indossati da Ingrid Bergman, Anna Magnani, Audrey Hepburn, Kim Novak, Ava Gardner, Lucia Bosè e altre protagoniste dello spettacolo internazionale.
Non è quindi soltanto l’archivio di una casa di moda. È un pezzo della storia culturale, cinematografica e del costume italiano del Novecento.
È forse questo l’aspetto più affascinante della vicenda di Fernanda Gattinoni. Prima di Roma, prima di Hollywood, prima di Audrey Hepburn e Ingrid Bergman, prima delle principesse e delle first lady, c’era una ragazza cresciuta a Cocquio Trevisago.
Partì giovanissima. Conobbe Londra e Parigi quando per una giovane donna italiana viaggiare e costruirsi autonomamente una carriera internazionale era molto meno comune di oggi. Conobbe Coco Chanel e rifiutò la possibilità di rimanere nella sua maison.
Tornò in Italia e contribuì a costruire quella moda italiana che, qualche decennio dopo, sarebbe diventata uno dei simboli del Paese nel mondo. E quando ormai il suo nome era conosciuto ben oltre i confini italiani, continuava a tornare nel Varesotto.
Perché dietro Madame Fernanda Gattinoni, la couturière delle stelle, era rimasta anche Fernanda, la ragazza di Cocquio.
Una delle grandi donne che la provincia di Varese ha dato al Novecento.


