11 settembre, il giorno in cui il mondo smise di essere invulnerabile

L’11 settembre 2001 compivo 25 anni.

A quell’età venticinque anni mi sembravano un traguardo enorme. Mezzo secolo diviso esattamente a metà, anche se allora il mezzo secolo della mia vita era ancora qualcosa di lontanissimo e quasi inconcepibile. Venticinque anni significavano essere adulta, avere conquistato una posizione nel mondo, sentirmi finalmente dentro una vita che stava prendendo forma.

Quel giorno ero a pranzo con due delle mie amiche più care. Le amiche della scuola. Le amiche di una vita. Quelle con cui condividi pezzi di te che nessun tempo riesce davvero a cancellare.

Ricordo gli schermi accesi nel ristorante.

Ricordo delle immagini.

E ricordo perfettamente una frase.

Una delle mie amiche, quella con cui avevo già viaggiato negli Stati Uniti e con cui avevo conosciuto New York, guardò quelle scene e mi disse qualcosa come: «Sai che film è? Questo non l’abbiamo ancora visto».

Per qualche secondo pensammo davvero che fosse un film.

Forse perché la realtà non poteva essere quella.

Forse perché il cervello, davanti all’inaccettabile, cerca disperatamente una spiegazione conosciuta.

Poi capimmo.

Non era un film.

Era New York.

Erano le Torri Gemelle.

Erano proprio quei giganti davanti ai quali, anni prima, avevamo alzato la testa fino quasi a perdere l’equilibrio per riuscire a vederne la cima.

Erano quelle torri dalle quali avevamo avuto anche la fortuna di guardare New York dall’alto, osservando una città apparentemente infinita e invincibile stendersi sotto di noi.

E adesso una di quelle torri bruciava.

Poi arrivò la seconda.

Non so descrivere esattamente quello che successe dentro di me in quei minuti. Credo sia stata la stessa paralisi che attraversò milioni di persone in ogni parte del mondo. Quella sensazione di assistere a qualcosa che non apparteneva alle regole conosciute della realtà.

Eppure, dentro quella tragedia immensa, ci fu inizialmente anche un pensiero terribilmente personale.

Era il giorno del mio compleanno.

Per qualche istante vissi quello che stava accadendo quasi come uno sfregio alla mia giornata.

Oggi posso riconoscere quanto ci fosse di inevitabilmente egoistico in quella sensazione. Ma avevo venticinque anni. Quel giorno doveva essere il mio giorno. Doveva raccontarmi che ero viva, che stavo crescendo, che avevo davanti il futuro.

Invece il mondo mi mostrava, in diretta, la morte.

E per chi, come me, aveva sempre desiderato conoscere l’America, attraversarla, scoprirla e viverla come la realizzazione di un sogno, quello fu uno schiaffo violentissimo.

Negli anni ho capito che quello schiaffo non apparteneva a me.

Apparteneva all’umanità.

Alle migliaia di vite interrotte.

Alle famiglie.

Alle persone che quella mattina erano andate semplicemente al lavoro.

A chi aveva preso un aereo.

A chi aveva salutato qualcuno pensando di rivederlo poche ore dopo.

A chi, ai piani più alti di quelle torri, si trovò improvvisamente davanti a qualcosa che nessun essere umano dovrebbe mai essere costretto ad affrontare: la consapevolezza di non avere più una via di fuga.

Negli anni sono tornata a New York.

E qualcosa era cambiato anche dentro di me.

Entrando nei grattacieli guardavo le scale di emergenza.

Contavo mentalmente i piani.

Osservavo le uscite.

Mi domandavo come fosse possibile evacuare migliaia di persone da edifici tanto giganteschi.

Pensavo a quelle torri che sembravano nate per sfidare il cielo, simboli di potenza, modernità e sicurezza, e che in pochissimo tempo erano diventate polvere.

Forse è proprio questo uno dei lasciti più profondi dell’11 settembre: averci mostrato brutalmente quanto ciò che consideriamo invulnerabile possa essere fragile.

Ma ci ha mostrato anche il contrario.

Ci ha mostrato quanto possa essere gigantesco un essere umano.

Penso ai vigili del fuoco.

Penso ai soccorritori.

Penso agli agenti di polizia.

Penso a tutti gli operatori che quella mattina, mentre migliaia di persone cercavano disperatamente di uscire dalle torri, entrarono.

Salirono quelle scale.

Andarono incontro al fuoco, al fumo, al terrore.

Nelle immagini di quel giorno possiamo ancora vedere i loro volti.

Non erano supereroi.

Avevano paura.

Ed è forse proprio questo a rendere ancora più straordinario il loro coraggio.

Il coraggio non è non avere paura.

È andare avanti nonostante la paura.

Negli anni successivi, camminando per New York, mi è capitato di percepire ancora quell’immenso rispetto verso i vigili del fuoco. Una sirena, un camion che attraversava la strada e, quasi istintivamente, gli sguardi delle persone si voltavano.

Perché l’America non aveva dimenticato.

E non ha dimenticato.

Sono passati venticinque anni.

Oggi quel numero acquista per me un significato quasi vertiginoso: sono trascorsi tanti anni quanti erano quelli che avevo vissuto fino a quel giorno.

Un’intera seconda vita.

E ancora continuo a chiedermi come possa l’essere umano arrivare a generare tanto male.

Me lo chiedo guardando l’11 settembre.

Me lo chiedo davanti alle guerre che ancora oggi attraversano il mondo.

Me lo chiedo davanti alle città distrutte, alle famiglie spezzate, ai civili intrappolati nelle tragedie della storia.

Cambiano le dinamiche.

Cambiano i luoghi.

Cambiano le bandiere.

Ma il dolore di una vita spezzata non cambia mai.

L’11 settembre ha cambiato l’America.

Ha cambiato il nostro modo di viaggiare.

Ha cambiato il nostro rapporto con la sicurezza.

Ha cambiato la percezione che avevamo di una nazione che per molti di noi sembrava imbattibile, intoccabile, quasi protetta dalla propria stessa grandezza.

Quel giorno scoprimmo che non lo era.

Ma scoprimmo anche un’altra America.

Quella di “United We Stand”.

Quella che scavava nelle macerie.

Quella che cercava i dispersi.

Quella che abbracciava sconosciuti.

Quella che ricostruiva.

Quella che decideva di rialzarsi proprio nel punto in cui era stata colpita.

Io quella nuova torre, il One World Trade Center, non l’ho ancora vista dal vivo.

Prima o poi tornerò a New York e la guarderò.

So già, però, che non potrò guardarla con gli stessi occhi con cui, ragazza, guardavo le Torri Gemelle.

Quell’America spensierata, almeno per me, appartiene a un’altra epoca.

A prima dell’11 settembre.

A prima di quelle immagini.

A prima di quel pranzo.

A prima di quella frase: «Sai che film è?».

A prima di scoprire che non era un film.

Ogni anno il mio compleanno porta inevitabilmente con sé anche questo ricordo.

Ma oggi non considero più l’11 settembre uno sfregio al giorno in cui sono nata.

Sarebbe troppo piccolo.

L’11 settembre è stato uno sfregio alla dignità umana.

Alla libertà.

Alla vita.

Ed è proprio per questo che non dovrebbe essere ricordato soltanto una volta all’anno.

Perché ricordare non significa semplicemente guardare indietro.

Significa decidere che quelle vite continuano ad avere un significato.

Significa continuare a chiedersi quale umanità vogliamo essere.

E significa non dimenticare mai che, mentre qualcuno quel giorno utilizzò la propria vita per distruggere quella degli altri, migliaia di persone scelsero invece di rischiare la propria per salvarne anche soltanto una.

Forse è lì che dobbiamo continuare a guardare.

Non soltanto alle torri che crollano.

Ma agli uomini e alle donne che, mentre tutto crollava, continuavano a salire.