di Bruno Belli
Ultimo capitolo dedicato al XV secolo, sul quale ci siamo soffermati a lungo per la ricchezza di spunti storici, civili e culturali, lo dedico al complesso oggi noto come «Castello di Belforte, la cui struttura definitiva fu attuata, infatti, tra i secoli XV e XVI.
Il primo nucleo nacque, in tarda età romana (V secolo), o comunque longobarda (secc.VI-VIII).
Tra i cronisti milanesi medievali, il lodigiano Ottone Morena (XII secolo) ritiene che esso fosse una cittadina antica e ben turrita, il domenicano Galvano Fiamma (1283 – 1344), un secolo dopo, lo fa risalire addirittura alla venuta dei Troiani in Italia (ma siamo nella leggenda), infine, Giorgio Giulini (1714 – 1780) lo identifica come un villaggio con difese, in tal senso simile a Castelseprio, villaggio che sorge intorno al V secolo d.C. Tale «castrum» (luogo fortificato) acquistò una certa importanza nelle lotte tra Como e Varese come abbiamo ricordato quando parlammo del Barbarossa. Luigi Brambilla in «Varese e il suo circondario» (1874, Tipografia Ubicini), riferisce che «negli abitanti de’ cascinali circostanti Belforte, (tra cui uno denominato Cencà – Cento case) vive ancora la tradizione, che, se non nel punto preciso, almeno in prossimità dell’attuale Belforte, sia esistita, come dicono, una vasta città, ora scomparsa».
Con molta probabilità, il toponimo «Belforte» deriverebbe da una contrazione di «Bellum-Fortis» che confermerebbe l’esistenza di una postazione militare esistente già prima del Medioevo.
Strategicamente sorto a controllo della zona per le comunicazioni con Milano e Como, ma anche con il lago Maggiore, e, come Castelseprio, per fare parte delle fortificazioni sorte per arginare la migrazione dei popoli Germanici verso il Nord Italia, il Castello di Belforte è rappresentò la più importante fortificazione del «castrum» di Varese.
Già documentato dal 1165, il fortilizio rivestì un ruolo di particolare importanza nello scontro tra Milano e l’Impero tedesco: sempre nel volume citato il Brambilla scrive: «Nel 1168, i Varesini, stipulata la pace colle città della Lega, si chiamano non quelli di Varese, ma quelli di Belforte. È anche assai probabile che Belforte sia stato nel secolo XIV il primo nucleo della nascente Repubblica di Varese; poichè nella formazione degli Statuti di Varese, nel 1347, è Vicario e Console Conforto da Belforte, ed i contemporanei chiamano sovente gli uomini di Belforte i Varesini».
Nel XV secolo fu espugnato dai Comaschi: cessò così la sua importanza strategica, divenendo sede del Marchese Galeazzo Clivio, che, nel 1445, legava erede delle proprie sostanze l’«Ospedale di Milano», ma, entro la fine del XVI secolo, la collina, con gran parte degli appezzamenti di terreno coltivati sino al fiume Olona, divennero di proprietà della famiglia Biumi, che, sull’antico castello, avviò la costruzione di un lussuoso edificio residenziale.
Giovan Pietro Biumi, o il figlio Matteo, affidò così il progetto ad un raffinato architetto: si è ipotizzato che possa essere Giuseppe Bernascone (colui che ha progettato il campanile di San Vittore), morto intorno al 1630, o, per le soluzioni costruttive e gli elementi decorativi, il milanese Francesco Maria Richini, morto nel 1658.
Il fine di tale progetto fu la trasformazione delle costruzioni esistenti in un palazzo nobiliare austero e imponente, secondo il modello di residenza nobiliare spiccatamente milanese, simile, pertanto, a «Palazzo Griffi» di cui abbiamo parlato alcune settimane fa. Non è noto per quale motivo il nuovo edificio non venne completato, terminando soltanto l’ala di due piani, la parte dell’intero complesso ancora oggi maggiormente integra, con prospetto a colonne binate e finestre timpanate rivolto sul cortile ed il notevole dettaglio della nicchia aperta nel pennacchio sovrastante che richiama l’analoga soluzione adottata dal Richini nella chiesa di Santa Maria alla Porta in Milano.
Nel XVIII secolo, sulla base del censimento catastale introdotto in Lombardia da Maria Teresa d’Austria, sappiamo che tutti gli edifici della corte ed i terreni circostanti erano di proprietà della contessa Donna Agnese Biumi-Litta.
Nel 1969, lo stesso anno del riconoscimento da parte del ministero della Pubblica Istruzione del Vincolo d’interesse particolarmente importante per la storia e per l’architettura, fu demolita l’ala ovest della corte, per problemi d’incuria e di pubblica incolumità e rimasero così i tre lati della corte stessa con la recinzione in muratura dello spazio antistante adibito ad orti.
Nel 2005, nel corso di alcuni lavori per la messa in sicurezza dell’edificio, sono affiorate su di una parete del primo piano del corpo di fabbrica seicentesco, alcune tracce di affreschi più antichi, coperti da diversi strati di intonaco, in corso di progressivo sfaldamento, i quali rappresentano una «Madonna in trono con Gesù» ed un «San Sebastiano», probabilmente provenienti dalla Chiesa di Belforte intitolata a san Materno, citata nel «Liber notitiae sanctorum Mediolani» di Goffredo da Bussero (XIII secolo) la quale che faceva parte integrante dell’antico castello, come ipotizza lo storico varesino Mario Bertolone.
La parte di proprietà comunale è oggetto, oggi, di un futuro recupero delle parti de complesso che meglio si prestino ad essere riportate in vita.
ANGIOLA DI MALNATE E IL MARCHESE MATTEO BIUMI
Legata al «Castello di Belforte» è la storia d’amore che vede protagonista il marchese Matteo Biumi ed una giovane contadina di Malnate, Angiola Maria Pedrola detta la “bassetta”, o “Baslina”, storia che l’Adamollo, nella sua «Cronaca», descrive come un autentico scandalo del XVII secolo.
Il Marchese si invaghì della giovane, allora quattordicenne, a tal punto che il padre di lei per zittire il pettegolezzo e salvare la reputazione della figlia decise di maritarla con un giovane par suo, tale Giovanni Maria Moroni, organizzando il matrimonio nel febbraio 1659.
Il giorno delle nozze, scelto approfittando dell’assenza del Marchese che si sarebbe trovato a Milano, il Biumi, venutone a conoacenza, fece subito rientro dala Capitale meneghina per impedire che la sua amante giacesse con il legittimo sposo: la rapì e la trattenne nella propria camera. Nei giorni successivi, per impedire ogni contatto fra i due sposi, l’Adamollo narra che il marchese Biumi costrinse Angiola ed il marito a dormire sorvegliati da una monaca Orsolina, incaricata di custodire e difendere la giovane Angela da qualunque possibile «assalto».
La strana situazione durò un paio di settimane: dopodiché la giovane abbandonò il tetto coniugale, trasferendosi definitivamente a palazzo dove il 10 agosto diede alla luce un maschietto cui fu dato il nome di Pietro Paolo.
Sempre nelle cronache del tempo si mette in dubbio la paternità del nascituro, ma «il suddetto fanciullo fu sempre tenuto e considerato dal signor marchese come suo e come tale lo riconobbe e lo allevò fino alla sua morte», sebbene mai convolasse a nozze con Angiola, pur vivendo «more uxorio» tanto che ebbero, in seguito, anche una figlia.
Una leggenda racconta che a Belforte si aggiri lo spirito triste e sconsolato del marito, il quale, la prima notte di nozze, si vide rapire la moglie dal signorotto del castello morendo di dolore quella stessa notte. Da allora, il giorno dell’anniversario del matrimonio, il fantasma di Giovanni piange tra le mura di Belforte la sua disgrazia.
Bibliografia minima (per approfondire):
- AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
- Luigi Ambrosoli, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
- Mario Bertolone, Varese, le sue castellanze e i suoi Rioni, Milano, Faccioli, 1952
- Leopoldo Giampaolo, Varese. Sintesi storca, Varese, Litotipografia Verbano, 1977
- Luigi Brambilla, Varese e il suo circondario, Varese, Tipografia Ubicini, 1874
- Luigi Borri, Documenti Varesini, Varese, Macchi e Brusa Editori, 1891
- Il castello di Belforte. Atti del convegno tenutosi a Varese, Castello di Masnago, 11 aprile 2015, a cura di Marco Tamborini, Varese, Società Storica Varesina, 2016
[Le singole foto, come sempre, sono accompagnate da didascalie e da qualche notizia specifica in relazione al testo].
- Il Castello di Belforte, Disegno a matita di Giuseppe Elena, realizzato nel 1850 circa, Milano Civica Raccolta delle stampe «Bertarelli». L’edificio si mostrava ancora in ottime condizioni.
- Una foto degli anni cinquanta del secolo scorso che ritrae il portone laterale, con lo stemma dei Biumi-Litta, un’aquila reale che posa le zampe su un castello a tre torri.
- Lo stesso portale della foto precedente, come appare oggi.
- L’ingresso posteriore, in una foto degli anni 50 del secolo scorso.
- L’ingresso della «Fuga della rocca» in via Quarnero. Si tratta di una grotta naturale nella quale si rifugiavano gli abitanti della zona delle «Cencà» durante le battaglie (anche nel 1859). Attraverso la grotta potevano giungere fino a Valle Olona.
- Il corpo architettonico centrale, fatto edificare dai Biumi tra il XVI ed il XVII secolo, in una foto degli anni cinquanta.
- Particolare del corpo centrale in una foto degli anni Settanta.
- Ancora una veduta del corpo architettonico tardo rinascimentale. Si notino le eleganti rifiniture delle finestre che alternano i timpani alle mezzelune.
- Ancora una veduta del corpo architettonico tardo rinascimentale.
- Un altro particolare del corpo architettonico tardo rinascimentale.
- Particolare d’angolo del corpo architettonico tardo rinascimentale.
- Questa foto mi sembra adatta per meglio descrivere il corpo architettonico centrale, fatto edificare dai Biumi tra il XVI ed il XVII secolo. Si tratta dell’originale porticato sostenuto da 13 arcate a colonne binate, murato però dai contadini che abitavano il castello durante la Seconda guerra mondiale per ottenere nuovi locali interni, come si vede in tutte le immagini.
- La facciata come si presentava nel XVI secolo, e come sarebbe, nel caso di un ripristino, secondo un progetto dell’architetto Bruno Ravasi, in questa immagine che apparteneva all’amico architetto Ovidio Cazzola, uno dei più strenui ed attenti difensori del recupero dell’edificio, autore di numerosi articoli, uno dei quali si trova negli Atti del Convegno del 2015, pubblicato dalla Società Storica varesina (vedi «Bibliografia» in fondo al post).
- La facciata retrostante.
- Parte del cortile interno.
- Interno del porticato, oggi. Come si vede, gli archi sorretti dalle colonne binate sono ancora chiusi con i muri costruiti dai contadini.
- Una delle sale al piano superiore.
- Veduta da una finestra di una sala de piano superiore.
- Altro locale del piano superiore.
- Un altro lato della sala.
- Il camino di una sala superiore.
- Particolare di colonne binate viste dall’interno.
- Lacerto di un affresco ormai praticamente incomprensibile.
- Lo stesso affresco fotografato da basso. Ci si rende conto di quale effetto avrebbero dovuto avere questi affreschi quando ricoprivano le pareti dell’intero salone.
- Particolare di uno degli affreschi. Spiccano le forme geometriche di colore bruno su sfondo azzurro.
- Particolare del colonnato in una foto degli anni 50.
- Una cucina del castello negli anni 50. Ho pubblicato questa foto già in precedenza, quando parlammo della bachicoltura che era attiva nelle zone di Belforte fino agli anni Trenta del secolo scorso.
- Il giardino del castello. Foto degli anni 50.
- Il mortaio dove i contadini – che cominciarono ad abitare il Castello nel XVIII secolo – riducevano grano e granoturco in farina.
- Un’immagine del 1912 nella quale i contadini del castello presentano la nuova trebbiatrice.
- Oggetti agricoli al castello: in primo piano la «sgranatrice» che serviva per sgranare le pannocchie di granoturco; dietro, la «trinciaforaggi» con la quale si tagliuzzavano le foglie del gelso dei bachi da seta.
- Una lucerna, detta «luma».
- Giuseppe Elena (1801 – 1867), «Il castello di Belforte presso Varese» (1850 circa), disegno a matita; Milano, Castello Sforzesco, Civica raccolta delle stampe Achille Bertarelli. Come si può vedere, l’area rinascimentale, che non presentava ancora gli interventi di chiusura del portico per ricavare più camere, effettati verso la fine del XIX secolo dai contadini, era ancora in buono stato.
































