Silvio Pellico a Varese: una lettera del 1816 ne documenta la presenza

Il 10 settembre 1816 il futuro autore de Le mie prigioni scriveva dalla nostra città a Quirina Mocenni Magiotti. Un piccolo episodio varesino nella vita di uno dei protagonisti del Risorgimento italiano.

C’è una pagina poco conosciuta della storia di Varese che porta la firma di Silvio Pellico.

Il 10 settembre 1816, quando aveva ventisette anni ed era ancora lontano dall’arresto, dallo Spielberg e dalla fama internazionale che avrebbe raggiunto con Le mie prigioni, Pellico si trovava infatti a Varese.

A documentarlo è una sua lettera indirizzata a Quirina Mocenni Magiotti, nobildonna senese che aveva avuto una lunga e intensa relazione sentimentale con Ugo Foscolo e che, dopo la partenza del poeta dall’Italia, era rimasta in contatto con Pellico.

La provenienza della lettera non lascia dubbi: Varese, 10 settembre 1816.

Pellico scrive:

«Fra pochi giorni vo a Milano; l’ab. di Breme è di ritorno da Losanna, gli farò vedere la vostra lettera del 31, e s’egli avrà ricevuto il pacco di Ugo ve lo manderò subito, subito… Procurerò a Milano di trovare il tempo di farvi una nota esatta ed in regola dei libri di Ugo…»

L’“Ugo” di cui si parla è naturalmente Ugo Foscolo; l’“ab. di Breme” è Ludovico di Breme, una delle figure centrali della cultura romantica milanese.

La lettera varesina si inserisce infatti in una vicenda che coinvolge alcuni dei maggiori protagonisti della vita culturale italiana dell’epoca.

I libri di Ugo Foscolo

Foscolo aveva lasciato definitivamente Milano nel marzo del 1815, scegliendo l’esilio pur di non prestare giuramento al nuovo governo austriaco.

Dietro di sé aveva lasciato anche libri, carte e una situazione economica tutt’altro che semplice.

Quirina Mocenni intervenne per evitare la dispersione della biblioteca del poeta. Nel 1816, attraverso Pellico, acquistò anonimamente 444 volumi appartenuti a Foscolo per 1.462 lire italiane.

L’episodio è documentato anche dal Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani ed è all’origine del fitto carteggio che negli anni successivi legò Quirina a Silvio Pellico.

È dunque di quei libri che Pellico si occupa anche mentre si trova a Varese.

Ma perché Pellico era a Varese?

È la domanda più interessante e, allo stesso tempo, quella sulla quale occorre maggiore prudenza.

Le fonti finora conosciute non spiegano esplicitamente il motivo del soggiorno varesino e non permettono neppure di stabilire dove Pellico alloggiasse in città.

Possiamo però ricostruire il contesto.

Proprio nel maggio del 1816, pochi mesi prima della lettera da Varese, Pellico era entrato al servizio del conte Luigi Porro Lambertenghi, uno dei più importanti esponenti dell’aristocrazia liberale lombarda.

Pellico ne divenne segretario e precettore dei figli Giulio e Giacomo. Il rapporto prevedeva anche vitto e alloggio e portò il giovane letterato a vivere a stretto contatto con la famiglia Porro e a seguirne gli spostamenti.

Esiste inoltre un particolare significativo.

Proprio dalla corrispondenza di quelle settimane sappiamo che Pellico progettava di recarsi a Firenze insieme a Porro Lambertenghi verso la fine di settembre. Quirina attese il loro arrivo, ma il viaggio non ebbe luogo: il 1° ottobre Pellico le comunicò che il conte doveva partire per affari e non avrebbe potuto condurlo con sé.

È quindi molto plausibile che anche la presenza di Pellico a Varese fosse collegata alla sua attività presso Porro Lambertenghi e agli spostamenti compiuti in quel periodo.

Ma, allo stato attuale delle ricerche, questo rimane il contesto più probabile e non una certezza documentaria.

Non abbiamo infatti una fonte che affermi esplicitamente che Porro Lambertenghi fosse con lui a Varese il 10 settembre, né è stato individuato il luogo nel quale Pellico soggiornò.

Un giovane Pellico, prima dello Spielberg

Il Silvio Pellico che scrive da Varese è ancora un giovane intellettuale all’inizio della propria storia pubblica.

Era nato a Saluzzo nel 1789 e aveva già ottenuto un importante successo teatrale con la Francesca da Rimini, rappresentata a Milano nel 1815.

Frequentava gli ambienti culturali milanesi nei quali si discutevano le nuove idee romantiche e liberali. Attraverso Porro Lambertenghi sarebbe entrato sempre più profondamente in quel mondo che nel 1818 avrebbe dato vita al Conciliatore, giornale al quale collaborarono, tra gli altri, lo stesso Pellico, Ludovico di Breme e Giovanni Berchet.

Poi sarebbe arrivata la repressione austriaca.

Il 13 ottobre 1820 Pellico venne arrestato per la sua partecipazione agli ambienti carbonari. Condannato inizialmente a morte, vide la pena commutata in quindici anni di carcere duro e fu rinchiuso nella fortezza dello Spielberg, a Brno.

Da quell’esperienza nacque Le mie prigioni, pubblicato nel 1832 e destinato a diventare uno dei libri italiani più conosciuti dell’Ottocento.

Ma tutto questo, quel 10 settembre 1816, doveva ancora accadere.

Quel giorno Silvio Pellico era semplicemente un giovane letterato di ventisette anni che, da qualche luogo di Varese, prendeva carta e penna per scrivere a Quirina Mocenni Magiotti e occuparsi dei libri dell’amico Ugo Foscolo.

Non sappiamo ancora in quale casa abbia trascorso quei giorni né quanto sia durato il suo soggiorno.

Ma quella lettera, partita da Varese più di due secoli fa, ci consegna una certezza: anche Silvio Pellico, prima dello Spielberg e prima de Le mie prigioni, passò dalla nostra città lasciandovi una piccola traccia della sua storia.

Foto:

Silvio Pellico e Quirina Mogenni Magiotti

https://www.rijksmuseum.nl/en/collection/node/Silvio-Pellico–2a5fd740d21002d7ff7d596d153bdca6?utm_source=chatgpt.com