La città immaginaria di Italo Calvino promette di soddisfare ogni desiderio, ma finisce per rendere schiavo chi la attraversa. Esiste però un altro modo di viaggiare: fermarsi, osservare e scoprire ciò che non sapevamo di cercare.
Durante un convegno dedicato al turismo è stato pronunciato il nome di una città che non compare su nessuna carta geografica: Anastasia.
Non è una destinazione esotica né un luogo cancellato dalla storia. Anastasia esiste soltanto nelle pagine de Le città invisibili, l’opera pubblicata da Italo Calvino nel 1972, nella quale Marco Polo descrive all’imperatore Kublai Khan cinquantacinque città immaginarie.
Eppure, ascoltandone la storia, si ha la sensazione di conoscerla. Forse perché Anastasia non esiste in un punto preciso del mondo, ma può nascondersi in ogni città. E persino dentro ciascuno di noi.
La città che promette ogni piacere
Anastasia è attraversata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Nei suoi mercati si possono acquistare agata, onice e crisopazio. Vi si trovano cibi raffinati, donne bellissime e ogni genere di piacere.
È una città seducente, capace di risvegliare i desideri del visitatore e di convincerlo che nessuno di essi andrà perduto.
Ma dietro questa promessa si nasconde un inganno.
Mentre il visitatore crede di godere della città, è la città a servirsi di lui. Gli uomini che lavorano per ore tagliando pietre preziose pensano di partecipare alla ricchezza di Anastasia; in realtà sono diventati parte del meccanismo che la mantiene in vita.
Anastasia non imprigiona con mura, sbarre o catene. Lo fa attraverso il desiderio.
L’uomo pensa di possedere ciò che desidera, ma lentamente è il desiderio a impossessarsi di lui.
Quando anche il viaggio diventa un prodotto
Il collegamento con il turismo contemporaneo è sorprendentemente attuale.
Scegliamo una destinazione convinti di seguire un desiderio personale. Ma quanto di quel desiderio nasce davvero dentro di noi? E quanto, invece, è stato costruito dalla pubblicità, dai social network, dalle fotografie degli altri e dalle classifiche dei luoghi che dovremmo assolutamente visitare?
Il turista arriva in una città cercando il panorama già visto sullo schermo. Individua il punto dal quale è stata scattata una fotografia diventata famosa, ne realizza una quasi identica e riparte verso la tappa successiva.
Crede di consumare la città, ma nello stesso momento la città turistica consuma il suo tempo, il suo denaro e perfino il suo sguardo.
Il luogo reale scompare dietro l’immagine preparata per lui.
Come ad Anastasia, il visitatore pensa di possedere il proprio desiderio. E se fosse invece quel desiderio a possedere lui?
Turista o viaggiatore?
Non si tratta di condannare le vacanze, il piacere o la curiosità di conoscere posti nuovi. Viaggiare rimane una delle esperienze più profonde che una persona possa vivere.
La differenza tra turista e viaggiatore non dipende neppure dalla distanza percorsa. Si può essere turisti distratti a migliaia di chilometri da casa e autentici viaggiatori nella strada accanto alla propria.
Il turista cerca spesso la conferma di quello che già conosce.
Il viaggiatore accetta di essere sorpreso.
Il primo domanda al luogo di corrispondere alle proprie aspettative. Il secondo osserva, ascolta e permette alla realtà di contraddire l’immagine che aveva costruito.
Il turista attraversa uno spazio. Il viaggiatore entra in relazione con esso.
Il vero viaggio comincia forse proprio quando smettiamo di chiedere a un luogo di soddisfare i nostri desideri e gli concediamo la possibilità di raccontarci qualcosa che non stavamo cercando.
La Varese Nascosta come antidoto ad Anastasia
Da questa prospettiva, La Varese Nascosta rappresenta quasi l’antidoto all’inganno di Anastasia.
Anastasia offre al visitatore quello che desidera vedere e lo trasforma in consumatore. La Varese Nascosta cerca invece di mostrargli ciò che non sapeva ancora di desiderare: una lapide dimenticata, una villa scomparsa, il nome misterioso di una strada, una bottega che non esiste più, una fotografia conservata in un cassetto o la tomba solitaria di una principessa.
Non propone semplicemente luoghi da consumare, ma storie nelle quali entrare.
Un turista potrebbe attraversare il cimitero di Belforte senza accorgersi della lapide di Maria Immacolata di Sassonia-Coburgo-Gotha. Il viaggiatore si ferma, legge quel nome e comincia a interrogarsi.
Da quella piccola sosta può nascere un percorso che da Varese conduce a Coburgo, Vienna, Graz e alla storia della famiglia reale bulgara.
La distanza più importante non è sempre quella misurata in chilometri. Talvolta è quella che separa uno sguardo frettoloso da uno sguardo capace di vedere.
È questo uno dei significati più profondi dell’esperienza de La Varese Nascosta: trasformare lo spazio quotidiano in un luogo di scoperta. Restituire voce alle tracce dimenticate. Mostrare che per cominciare un viaggio non è sempre necessario prendere un aereo: qualche volta basta fermarsi davanti a una lapide, alzare gli occhi verso una facciata o domandarsi perché una strada porti un determinato nome.
Imparare nuovamente a guardare
Le città non sono soltanto edifici, monumenti e attrazioni. Sono stratificazioni di vite, memorie, assenze e trasformazioni. Ogni luogo contiene molto più di ciò che mostra immediatamente.
Anastasia ci avverte che anche il viaggio può diventare una forma di consumo e che persino i nostri desideri possono essere guidati da altri.
La Varese Nascosta indica un’altra strada: rallentare, sottrarsi agli itinerari obbligati, ascoltare le persone, ricercare le tracce meno evidenti e accettare l’incontro con ciò che non avevamo previsto.
Perché il turista vede ciò che è venuto a cercare.
Il viaggiatore scopre ciò che non sapeva esistesse.
E una città smette di essere invisibile soltanto quando qualcuno impara veramente a guardarla.
