il 16 settembre 1867 moriva a Milano Cesare Giuseppe Maria Paravicini.
Tra le figure che hanno segnato in modo silenzioso ma decisivo la storia di Varese nell’Ottocento, Cesare Paravicini occupa un posto di rilievo. Nobile di origine, patriota per vocazione, amministratore per senso civico, Paravicini fu uno di quei protagonisti del Risorgimento che agirono più con la coerenza dei fatti che con la retorica delle parole. La sua vicenda personale si intreccia profondamente con le aspirazioni di libertà della città e con le grandi trasformazioni politiche dell’Italia preunitaria.
Dalle origini familiari alla formazione
Cesare Giuseppe Maria Paravicini nacque a Milano il 23 gennaio 1810, in una famiglia nobile originaria della Valtellina, trasferitasi a Varese già nel XVII secolo. Il padre, Giovanni Filippo Paravicini, e la madre, Felicita Sartirana, gli garantirono un’educazione solida e attenta.
Gli studi secondari si svolsero a Roma, presso i Gesuiti, ambiente che contribuì a formare il suo rigore intellettuale. Ma fu il desiderio di libertà a spingerlo presto oltre i confini dello Stato lombardo-veneto: a Vienna entrò in contatto con ambienti patriottici italiani legati alla Giovine Italia, iniziando un percorso politico che non avrebbe più abbandonato.

L’esilio e la sorveglianza
Rientrato in Italia, Paravicini si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, ma nel 1833 scelse nuovamente la via dell’esilio. Insieme all’amico medico Tito Omboni si spostò prima in Svizzera, poi a Parigi, dove si raccolsero numerosi fuoriusciti italiani.
L’attività politica e le frequentazioni patriottiche lo posero sotto il controllo della polizia francese. In occasione dell’attentato del 1836 contro il re Luigi Filippo di Francia, Paravicini fu addirittura inserito tra i sospettati, pur senza alcuna prova concreta. Costretto ad allontanarsi, fece ritorno a Varese, trovandovi un ambiente pronto ad accoglierlo come uno dei più convinti oppositori del dominio dell’Impero austriaco.
L’impegno politico a Varese
Sposatosi con Giuseppina Bellezza, di origine piemontese, Paravicini ebbe quattro figli e consolidò il proprio radicamento nella vita cittadina. Nel 1843 fu eletto per la prima volta consigliere comunale di Varese, incarico che mantenne quasi ininterrottamente fino alla morte.
Il momento cruciale giunse nel 1848: nel clima rivoluzionario che attraversava l’Europa, sotto il Governo Provvisorio di Milano, Paravicini venne nominato Podestà di Varese, assumendo la guida della città in uno dei passaggi più delicati della sua storia. Con il ritorno degli austriaci, tuttavia, fu escluso dall’amnistia concessa dal feldmaresciallo Josef Radetzky e costretto a un nuovo esilio, prima in Piemonte e poi ancora in Svizzera.
Le amicizie e il pensiero politico
Durante l’esilio svizzero, Cesare Paravicini strinse una profonda amicizia con Carlo Cattaneo, condividendone l’impostazione laica, federalista e profondamente civile del pensiero politico. Non fu un rivoluzionario d’impeto, ma un riformatore coerente, convinto che la libertà dovesse tradursi in istituzioni solide e partecipazione amministrativa.
Rientrato in patria nei primi anni Cinquanta grazie a un provvedimento di amnistia, riprese l’attività politica pur restando sotto la costante sorveglianza della polizia austriaca. Nel maggio 1859 fu nuovamente tra i protagonisti della difesa di Varese, confermando il suo ruolo di riferimento per la città nei momenti decisivi.
Morte e memoria cittadina
Cesare Paravicini morì a Varese il 16 settembre 1867. La sua scomparsa fu sinceramente compianta dai concittadini, che ne riconobbero l’onestà, la coerenza e l’impegno civile. Il Comune di Varese gli dedicò una via e, sotto il portico del Palazzo Estense, una lapide ne ricorda ancora oggi il ruolo di Podestà, l’esperienza dell’esilio e il contributo dato al Risorgimento italiano.
Un esempio di patriottismo civile
La figura di Cesare Paravicini rappresenta un modello di patriottismo sobrio e concreto: lontano dagli eccessi celebrativi, vicino invece alla quotidianità dell’amministrare e del resistere. La sua storia ci restituisce l’immagine di una Varese viva, partecipe, capace di esprimere uomini che seppero mettere la propria vita al servizio di un ideale di libertà e di comunità.
Un’eredità che, ancora oggi, merita di essere ricordata e riletta come parte integrante dell’identità storica della città.

Foto Fernando Cova
