Il 22 settembre 1802 Varese visse una giornata destinata a entrare nella storia della medicina. Al suono del campanone della basilica di San Vittore, la popolazione venne chiamata a partecipare a una vaccinazione collettiva e gratuita contro il vaiolo, promossa dal medico varesino Luigi Sacco.
Secondo la ricostruzione dello storico Luigi Giampaolo, Sacco fu accolto con entusiasmo e riconoscenza e numerosi abitanti decisero di sottoporsi alla vaccinazione insieme ai propri figli. Fu un momento particolarmente significativo anche perché vide collaborare il clero varesino e le autorità civili della Repubblica Italiana nella lotta contro una delle malattie più temute dell’epoca.
Il vaiolo rappresentava allora un autentico flagello. Altamente contagioso, poteva provocare febbre, pustole diffuse, cicatrici permanenti, cecità e, in molti casi, la morte. Colpiva soprattutto i bambini e ricompariva periodicamente attraverso epidemie capaci di decimare intere comunità.
Il medico nato nel cuore di Varese
Luigi Sacco era nato a Varese il 9 marzo 1769, da Carlo Giuseppe Sacco e Maddalena Guaita. La sua casa natale sorgeva nei pressi di Palazzo Estense, nell’area successivamente occupata dalla sede della Banca d’Italia.
Dopo gli studi all’Università di Pavia, dove fu allievo di illustri scienziati e medici come Lazzaro Spallanzani, Antonio Scarpa e Johann Peter Frank, conseguì nel 1792 la laurea in Medicina e Chirurgia. Si trasferì quindi a Milano, senza però interrompere il legame con la sua città d’origine.
La svolta arrivò dopo gli esperimenti compiuti in Inghilterra da Edward Jenner, il medico che aveva dimostrato come l’inoculazione del vaiolo bovino potesse proteggere gli esseri umani dalla forma umana, molto più pericolosa, della malattia.
Sacco intuì immediatamente l’enorme importanza della scoperta e divenne uno dei suoi più convinti sostenitori in Italia.
Le vacche malate incontrate nel Varesotto
Nell’autunno del 1800 Sacco venne a conoscenza della presenza, nel territorio varesino, di alcune vacche provenienti dalla Svizzera che presentavano pustole riconducibili al vaiolo bovino.
Il medico seguì gli animali durante la loro transumanza per poter raccogliere il materiale dalle pustole nel momento più adatto. Con quella materia effettuò i suoi primi esperimenti nel territorio di Varese.
Il primo a dargli fiducia fu Giulio Paccino, agricoltore di Casbeno e padre di una numerosa famiglia, che mise a disposizione del medico sette bambini: tre figli e quattro nipoti.
Sacco raccontò che i bambini, di età compresa tra i due e i sette anni, erano terrorizzati dall’operazione. Nessuna promessa sembrava sufficiente a convincerli. Il medico decise allora di dare personalmente l’esempio, inoculandosi il vaccino davanti a loro.
«Pensai allora che solo l’esempio poteva determinarli, e feci sopra me stesso alla loro presenza la tanto da essi temuta operazione».
Vedendo che Sacco non provava dolore, i bambini superarono la paura. Il medico promise anche un premio al primo che si fosse fatto avanti e due di loro gli corsero immediatamente incontro, contendendosi la precedenza.
Quell’esperimento appartiene al settembre del 1800 e non deve essere confuso con la successiva vaccinazione collettiva del 22 settembre 1802. Rappresentò però l’inizio dell’avventura scientifica e umana che avrebbe trasformato Sacco in uno dei principali protagonisti europei della lotta contro il vaiolo.
Il campanone di San Vittore chiama la popolazione
Due anni dopo quei primi esperimenti, il 22 settembre 1802, la vaccinazione non era più limitata a poche persone: diventava un’iniziativa pubblica rivolta alla comunità.
Il suono del campanone di San Vittore annunciò ai varesini l’arrivo di Sacco e l’avvio della vaccinazione collettiva. Molti cittadini fecero vaccinare sé stessi e i propri figli.
L’iniziativa ebbe anche un importante significato civile. Sacerdoti e autorità municipali collaborarono per spiegare alla popolazione l’utilità della nuova pratica e superare timori, diffidenze e pregiudizi.
In una circolare inviata il successivo 1° dicembre alle Municipalità e ai parroci,
