La politica ha le sue liturgie. Che tuttavia appaiono spesso lontane dalle esigenze reali e dalla concretezza richieste dai cittadini, finendo così per parlare un linguaggio in stretto politichese, riservato agli addetti ai lavori, e contribuendo di conseguenza ad alimentare l’antipolitica, che nel corso degli ultimi decenni ha rappresentato il vero disastro per la nostra democrazia, andando a minare la fiducia tra classe politica e cittadini.
I vertici dei partiti, a tutti i livelli, hanno in questo le loro responsabilità. E un esempio, piccolo, ma significativo, lo stiamo vivendo proprio a Varese, in vista delle comunali dell’anno prossimo.
Dove, a pochi mesi dal voto amministrativo, gli elettori non sanno ancora chi saranno ufficialmente i contendenti.
Se è vero che contano prima di tutto le idee e i programmi, è altrettanto vero che servono le persone per portarli avanti e attualità.
Che a Varese, a molto meno di un anno dal voto, non si sappiano ancora i nomi dei candidati sindaco rientra nella normalità della situazione politica di oggi, ma si tratta di una normalità che non fa bene alla politica e al rapporto di fiducia con i cittadini.
Un candidato sindaco dovrebbe avere il diritto e il dovere di farsi conoscere, e soprattutto i cittadini dovrebbero avere il diritto di conoscerlo e conoscere il suo programma, nei mesi precedenti al voto.
Serve tempo per costruire un confronto con la cittadinanza e poter anche adattare il programma in base al suddetto confronto.
Il tempo scorre veloce, di nomi ipotetici ne circolano tanti, ma i principali partiti della città di ogni schieramento ancora non si sbilanciano. Tendenzialmente, per problemi di equilibri interni alle coalizioni e ai partiti stessi.
A perderci sono la città e i cittadini.
