L’eredità longobarda nelle consuetudini varesotte

di Lorenzo Frascotti

Il regno dei Longobardi terminò nel 774, quando Carlo Magno sconfisse re Desiderio e conquistò Pavia. Nel Varesotto, però, la loro storia continuò nei contratti, nei matrimoni, nei nomi e nella geografia quotidiana, non soltanto fra le mura di Castelseprio e Torba.

Le pergamene di San Vittore di Varese e di Santa Maria del Monte furono scritte anche due, tre e quattrocento anni dopo la caduta del regno. Eppure, vi ritorna continuamente una formula: «professo di vivere secondo la legge dei Longobardi». A dichiararlo era la stragrande maggioranza delle persone ricordate negli atti.

Nel Medioevo valeva la “personalità della legge”: non esisteva un solo codice per tutti gli abitanti di un territorio. Ciascuno portava con sé il diritto della propria tradizione familiare. Nello stesso paese convivevano così persone di legge longobarda, romana o, più raramente da noi, salica.

La scelta aveva conseguenze concrete nei rapporti familiari e patrimoniali. Nelle vendite compaiono spesso donne assistite dal marito, indicato come mundoaldo. Parenti e giudici domandavano loro se agissero senza costrizioni. Nei matrimoni si parlava di faderfio, il patrimonio proveniente dalla famiglia della sposa, e di schirpa, il corredo portati nella nuova casa: una parola che nel Varesotto ha avuto vita lunghissima.

Poi ci sono due istituti dal nome irresistibile. La guadia era una promessa solenne rafforzata da un fideiussore, garante dell’impegno assunto. Il launehild era invece il piccolo contro-dono — una moneta, un oggetto, perfino una veste o una pelliccia detta crosna — offerto dal beneficiario al donatore. Trasformava la liberalità in uno scambio, rendendola più difficile da contestare. Altro che formule decorative: erano gli attrezzi con cui si rendeva sicuro un affare.

La memoria longobarda si era accomodata anche nei nomi: Eremperto e Radaldo, Raimberto figlio di Flodeverto, Dagiberto, Sihardo e Teuta, Plasmundo, Mainfredo figlio di Vuifredo, Ermengarda e Osbergerius. Non provano l’origine etnica di chi li portava; mostrano quanto quel repertorio fosse entrato nelle abitudini locali, tanto che i nomi di origine germanica erano talvolta più diffusi di quelli di origine romana (Giovanni, Martino, Domenico etc.).

Gaggio, nome presente fra Casciago e Varese ma anche vicino a Casale Litta, viene spesso collegato al longobardo gahagi, un terreno o bosco recintato. In uno di essi, nell’XI-XII secolo e oltre, l’arciprete di Santa Maria del Monte vi pascolava i maiali allo stato brado, un’altra eredità dei longobardi: a loro dobbiamo l’uso del lardo, la salsiccia e in genere il consumo della carne di porco.

Ancora nel Quattrocento, circa seicento anni dopo la fine del regno, nelle carte varesotte si incontravano mundoaldi, faderfi e istituti matrimoniali di origine germanica. Il caso longobardo resta eccezionale: raramente l’eredità di un popolo invasore è durata così a lungo, non tanto nei monumenti o nei racconti, ma nella pratica quotidiana di chi venne dopo.