Il 5 ottobre del 1944 cadde a Belforte, ucciso da un aviere della Repubblica sociale italiana, il giovane partigiano René Vanetti. Quello stesso giorno fu ferito a morte, in un agguato a Capolago, il comandante della 121ma Brigata Garibaldi Walter Marcobi. Due giorni dopo, il 7 ottobre, furono fucilati sul prato antistante l’ippodromo delle Bettole, Elvio Copelli, Luigi Ghiringhelli ed Evaristo Trentini, sorpresi all’alba nel rifugio della banda Lazzarini a Voldomino di Luino.
I cinque patrioti uccisi in città sono entrati, con altri undici compagni, nella storia di quello che è stato definito l’”Ottobre di sangue varesino”. René Vanetti, a cui è intitolata la via che dal bivio con viale dei Mille-viale Valganna scende fino alla rotatoria della tangenziale, era nato a Chaumont, cittadina francese del dipartimento dell’Alta Marna, il 17 novembre del 1921. Tornato con la famiglia in Italia nel 1934, completò gli studi alla scuola di arti e mestieri e, all’entrata in guerra dell’Italia, reclutato nell’artiglieria, fu inviato in Grecia.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre si rifugiò in Svizzera, dove lavorò come contadino, ma tra il marzo e l’aprile del 1944, avendo saputo che si stavano formando gruppi di resistenza all’occupazione nazifascista, rientrò clandestinamente a Varese. Di fede socialista, Vanetti riuscì a formare nella zona di residenza della sua famiglia, tra Valle Olona e San Fermo, una brigata intitolata a Giacomo Matteotti, il martire dell’antifascismo a cui Varese ha dedicato il Corso principale. La formazione comandata da René Vanetti si impegnò soprattutto in azioni di disturbo per tenere impegnati tedeschi e fascisti ed impedire l’invio di truppe al fronte.
Il 5 ottobre a Belforte, nei pressi della chiesa del Lazzaretto, mentre stava andando in bicicletta in via Salvore per avvertire Gildo Calzoni, cassiere del Cln, dell’intenzione dei fascisti di andare ad arrestarlo, s’imbattè in due avieri della Rsi. Il giovane partigiano credette di averli disarmati ma uno dei due militi, con una pistola che aveva nascosto in uno stivale, lo colpì mortalmente alle spalle. Vanetti fu caricato ancora vivo su una carriola, portato in viale Belforte dove fu lasciato morire dissanguato. Come sarebbe accaduto due giorni dopo per i cadaveri di Copelli, Ghiringhelli e Trentini, i fascisti vigilarono affinché nessuno rimuovesse il corpo del partigiano, che rimase per due giorni sotto la pioggia, nel luogo in cui oggi c’è il cippo in sua memoria.
Il padre di René, Costante Vanetti, condotto per il riconoscimento davanti al cadavere del figlio, ebbe la forza di dire: “L’è mia ul me fioeu “, per impedire che l’uccisore potesse intascare l’ingente taglia messa sul capo di suo figlio. Essendo il partigiano ucciso privo di documenti, fu sepolto nel cimitero di Belforte come “sconosciuto”. Solo dopo la Liberazione furono celebrati i funerali, con grande partecipazione popolare. Al cimitero René Vanetti ebbe il suo nome scritto in rosso su un masso grigio. Ora riposa nella cappella dei caduti per la Patria.
Dalla testimonianza di un compagno di lotta di René Vanetti, l’avvocato Mario Gallini, che rimproverava al giovane comandante partigiano l’eccessivo sprezzo del pericolo (“le strade, le case erano popolate di spie ma tu giravi armato e nulla t’importava che tutti, anche i bambini, ti conoscessero e sapessero il tuo nome a memoria”) ci è stato tramandato il rigore ideale di René Vanetti, racchiuso nella frase “si può, si deve a volte morire per sostenere la propria idea”.


