Cos’è davvero il potere? Da Machiavelli alle 48 leggi di Robert Greene

Di Santi di Tito - Cropped and enhanced from a book cover found on Google Images., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9578897

di Maria Antonietta Fiocchi

Potere, una parola forte, che spesso incute timore o viene associata a qualcosa di negativo. Eppure, il potere è presente in ogni cosa: nel business, nella politica, nelle relazioni umane e nella natura; il nostro intero sistema si basa su di esso. Sin dall’antichità è sempre esistita la cosiddetta “legge del più forte”, secondo la quale l’individuo più forte impone la propria volontà su quello più debole, portando alla subordinazione dei meno potenti. Il potere assume forme diverse, evolve nel corso della storia, segue i cambiamenti che avvengono nella società, ma una cosa è costante: è impossibile sfuggirgli.

Nel corso della storia, il concetto di potere è stato spesso oggetto di discussione tra i pensatori più influenti. Per citarne alcuni: Sun-Tzu, autore de “L’arte della guerra” (V secolo a.C.), Niccolò Machiavelli, autore del famigerato “Il Principe” (1513) o, più recentemente, Robert Greene con “The 48 Laws of Power1” (1998), autore che ha tratto ispirazione dal filosofo fiorentino. Dopo una lettura approfondita di questi tre libri, si può comprendere come le opere di Machiavelli e Greene siano fondamentali per carpire il concetto di potere ed il ruolo predominante che svolge nella vita dell’essere umano. Per questo motivo mi propongo di esplorare in profondità queste opere dirompenti e controverse e spiegare al meglio in cosa risuonano tra di loro, nella speranza che possano aiutarci ad accettare e a governare questa forza ineludibile che chiamiamo potere.

Uno degli uomini più moderni del 1400

Niccolò Machiavelli visse nel XVI secolo, un periodo turbolento nella storia della penisola italiana, la quale era frammentata in diversi stati, definiti: “Repubbliche” [1]. Non c’era un unico sovrano o governo, ed il territorio era costantemente dilaniato da guerre e dominazioni straniere. In un contesto così complicato, Machiavelli pubblicò un’opera controversa, provocatrice, che fu presto censurata dalla Chiesa nel 1559 ed inserita nell’Index Librorum Prohibitorum (Indice dei libri proibiti). Machiavelli nacque a Firenze. Fin dall’infanzia ebbe accesso alla biblioteca personale di suo padre, ricca di opere di diversa natura, ma soprattutto di grandi classici: sviluppò una passione speciale per la storia antica leggendo autori come Cicerone, Tucidide, Livio, Polibio e Plutarco. Una volta raggiunta l’età adulta, prestò servizio nella Repubblica Fiorentina come segretario e diplomatico. La sua carriera raggiunse l’apice quando fu nominato vicecancelliere, questo gli consentì di intrattenere rapporti con importanti potenze europee. [1] Purtroppo, nel 1512, Machiavelli fu imprigionato dopo essere stato falsamente accusato di cospirazione. Il tempo di prigionia non durò molto, difatti poco dopo fu rilasciato, ma solo per poi essere semi-esiliato e bandito dalla vita politica. Decise quindi di ritirarsi nella sua casa di campagna a Sant’Andrea in Percussina, dedicandosi alla letteratura, dove compose Il Principe e le sue altre opere principali [1]. Le sue esperienze dirette ed indirette in politica furono fondamentali per la composizione del suo libro.

Il Principe non fu ideato da Machiavelli come un manoscritto teorico, infatti lui stesso, fin dall’inizio, chiarì che il suo interesse non risiedeva nelle idee astratte, ma nella politica del mondo reale. Scrisse di come il potere è, non di come dovrebbe essere. Attraverso il libro, Machiavelli affronta diversi temi, come: cos’è un principato, quali sono le differenze tra eserciti deboli e forti, quali ruoli ricoprono la Fortuna e la Virtù nel gioco della politica. Tuttavia, la vera innovazione è stata l’intuizione che Machiavelli ci ha dato sulla psicologia di un leader. Il suo obiettivo era quello di descrivere ciò che facevano i governanti di successo e di sottolineare l’importanza di seguire il loro esempio. Per descrivere questo concetto, Machiavelli usò la seguente metafora: proprio come fa un arciere quando scaglia una freccia, egli mira in alto nel cielo anche se il bersaglio è basso e lontano da lui. Segue una traiettoria, allo stesso modo un nuovo principe segue le impronte lasciate dai grandi leader.

“[…] ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua. Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno […]”[3]

In sintesi Machiavelli, in questo estratto dal Capitolo 17 del Principe, afferma che è meglio essere temuti che amati. Questa considerazione può sembrare cinica e totalmente pessimista, vista la descrizione cosi negativa degli uomini, ma non dobbiamo dimenticare che un sovrano ha due obiettivi principali: mantenere il proprio potere e garantire la prosperità al proprio popolo; tutte le sue azioni dipendono da questo. Ecco perché è errato affermare che la visione del filosofo possa essere riassunta nella celebre frase: “Il fine giustifica i mezzi”. In primo luogo, egli non lo ha mai affermato nel suo libro. In secondo luogo, il Principe non può agire in modo immorale; il potere non è più importante delle condizioni del suo Paese e del suo popolo. Un leader dipende dai suoi sudditi tanto quanto il suo popolo dipende da lui.

Diverso secolo, idee simili

Secoli dopo, Robert Greene riconobbe l’importanza dell’opera di Machiavelli e, attingendo a queste idee, scrisse del potere, ma in modo diverso. The 48 Laws of Power lo si può vedere come un manuale sulle dinamiche del potere [2]. Gli eventi riportati come esempi sono molto diversi tra loro e coprono un periodo di oltre tremila anni, ma il filo conduttore rimane lo stesso: l’essenza del potere e della strategia e come padroneggiare queste due arti [2]. Questo libro può essere visto come una sintesi di tutta la saggezza raccolta da strateghi come Claus von Clausewitz, o uomini di Stato come Bismark, ma anche seduttori come il famigerato Casanova [2]. I temi sono disparati: Greene non parla solo di politica, come ha fatto Machiavelli ne Il Principe, ma descrive anche altri tipi di dinamiche: quelle relative alle aziende, alle relazioni, alle amicizie, agli affari e altro ancora [2]. La struttura del libro è chiara, proprio come una guida. Nella prima parte appare il riassunto di tutte le leggi, pensato per dare al lettore una panoramica completa del libro. Le leggi sono poi presentate tutte allo stesso modo e con un metodo specifico: un “judgment2” introduce due eventi, il primo rappresenta l’ “observance3” di questa regola, mentre il secondo ne descrive la “trasgression4” [2]. Ogni legge si conclude con un commento finale che sintetizza il principio tratto dagli esempi pratici, inserendolo in un quadro più ampio del comportamento umano.

Questa struttura chiara e il linguaggio diretto di Greene consentono al lettore di comprendere il concetto di potere in modo completo, analizzandone le diverse sfaccettature. Anche se all’inizio alcune leggi possono sembrare difficili da applicare, con il tempo diventa chiaro che ogni legge è in realtà interconnessa. I lettori non devono necessariamente condividere tutto ciò che viene proposto nel libro, ma devono piuttosto diventare consapevoli. The 48 Laws of Power incoraggia la consapevolezza delle dinamiche di influenza, autorità e manipolazione che esistono in diversi contesti sociali, dalla politica alle relazioni intime. In definitiva, questo libro funge da guida, ma anche da specchio che riflette la realtà del comportamento umano e fornisce ai lettori gli strumenti giusti per navigare nella complessità del nostro mondo. Questo concetto può essere riassunto in una delle citazioni di Greene:

“If the game of power is inescapable, better to be an artist than a denier or a bungler.5” [2] Se il potere rappresenta un lato della medaglia, la strategia compare sull’altro. Sono interconnessi, poiché la strategia è sia uno strumento che un’espressione di potere. Il potere stesso è come un gioco, o come dice Greene nel suo libro “power is more godlike than anything6”[2].

Non è un’abilità o una virtù che viene naturale, per vincere a questo gioco bisogna sapere come muoversi, e per sapere come fare le mosse giuste bisogna possedere una strategia chiara [2]. Greene riassume le regole di questo gioco all’inizio del libro, nella prefazione. Tra queste, sottolinea alcuni aspetti: l’importanza di nascondere le emozioni, perché possono renderti vulnerabile e offuscare la tua ragione; l’uso delle apparenze come armi (le maschere sono inevitabili e ogni interazione umana richiede un certo grado di inganno); e l’esercizio della pazienza, descritta dallo stesso Greene come uno “scudo” che ci impedisce di prendere decisioni sbagliate [2].

Per concludere questo commento si può affermare che sia Machiavelli che Greene, anche se in modi diversi, rivelano che il potere non risiede nella forza bruta, ma in una sottile maestria. Da un lato, Machiavelli dimostra che la politica non può essere ridotta a formule rigide: il mantenimento del potere dipende da un equilibrio mutevole di fortuna, carattere personale e fattori esterni. L’unico vero modo per raggiungere il potere a lungo termine consisterebbe in avere tutto costantemente sotto controllo ed adattarsi perfettamente ad ogni circostanza. Purtroppo uno scenario del genere è utopistico. D’altra parte, Greene è riuscito a creare una guida pratica e moderna che cerca di svelare i segreti e le maschere della società. Queste due opere ci aiutano a decodificare le strategie che altri hanno già messo in atto e che molti cercano di ignorare, preferendo l’illusione di una realtà innocente. La decisione ora spetta a noi: vogliamo rimanere ciechi per sempre o è ora di uscire dalla caverna, come avrebbe detto Platone, e affrontare finalmente la verità?