di Cesarina Briante
L’ultimo giovedì di gennaio, quando l’inverno sembra non voler mai finire, in molte località del Nord Italia si accende un grande falò. Attorno alle fiamme si raduna la comunità, mentre un fantoccio dalle sembianze di una donna anziana viene consumato dal rogo.
È la Giöbia (o Giubiana, Zobia, Zobiana, Genè… a seconda dei luoghi). Si tratta di una tradizione che affonda le radici nel mondo contadino e nei cicli della natura, molto più antica e complessa di quanto la sua immagine popolare lasci intuire.
A prima vista potrebbe sembrare un rito che ricalca l’immagine dell’ennesima “strega” bruciata per esorcizzare il male.
Ma la Giöbia rappresenta l’inverno, la stagione del gelo, della scarsità, del buio. Bruciarla significa chiudere un ciclo e invocarne un altro, salutare il freddo e richiamare la luce. Per secoli le famiglie hanno vissuto i mesi più duri serrate nelle stalle e nelle cucine, condividendo spazi e calore con gli animali, riparando attrezzi e razionando il cibo. Il ritorno del sole era una promessa di sopravvivenza, e il fuoco della Giöbia diventava un gesto collettivo di speranza.
La tradizione è diffusa in tutto il Settentrione, ma trova un radicamento particolare in Piemonte e Lombardia, soprattutto in Brianza, nell’Alto Milanese, nel Varesotto e nel Comasco. Ogni territorio conserva una propria variante, un proprio nome, una propria leggenda. E ogni comunità ha tramandato ricette legate alla serata: pani dolci preparati con il pane raffermo ammorbidito nel latte e arricchito con miele e frutta secca ; panna montata ottenuta dopo aver lasciato il latte a gelare all’aperto; castagne conservate nei sacchi di tela; e naturalmente il risotto con la luganega, che non mancava mai sulle tavole. Un piatto veniva lasciato apposta per la Giöbia, perché si diceva che entrasse dal camino e gradisse essere accolta con rispetto.
Molti dei nomi indicanti la festa terminano con il suffisso -ana, lo stesso che ricorre in figure come Morgana, Anguana, Befana: personaggi nati dal mito e poi trasformati in figure popolari. In tempi antichi, l’Epifania era percepita come la manifestazione del divino sulla terra: un momento in cui le entità femminili guidate da Diana scendevano a benedire i campi. La Giubiana, in questo contesto, non era una strega, ma uno spirito, un’ombra legata al mondo dell’invisibile, una presenza che accompagnava il passaggio dall’oscurità alla luce.
Ambrogio Rossi nel suo testo “Antiche località di Somma Lombardo” ricorda che, nella tradizione contadina, l’appellativo “Giubiana” veniva talvolta accostato alla Befana, descritta come una donna brutta e goffa. Un dettaglio affascinante si rifà alla statua di Diana collocata un tempo nel Boschetto delle Querce e oggi presente nel parco del Castello Visconti, voluta da Cesare Visconti e scolpita da Falcone nel 1693, che veniva chiamata dalla gente del posto “la Giubiana”. La dea dei boschi e della luna, figura colta e mitologica, fu assorbita dall’immaginario popolare e reinterpretata secondo il linguaggio del territorio. Diana divenne così la Giubiana: non una strega, ma una presenza femminile arcaica, custode dei cicli naturali e del rapporto tra comunità e paesaggio.
L’intero mese di gennaio era segnato dall’accensione dei falò: un gesto collettivo che serviva a bruciare simbolicamente il negativo, a dissolvere le paure accumulate durante l’inverno e a richiamare la luce. Le ceneri del rogo erano considerate feconde: se il pupazzo si consumava completamente e il vento portava la cenere nei campi, l’anno sarebbe stato prospero; se invece faticava a bruciare, si temevano difficoltà.
Nel Varesotto sopravvive anche un’altra tradizione che si intreccia con la Giöbia: la puscena (o punscena), attestata anche nel lessico ticinese come “certo pasto che fanno il giovedì di carnevale”. È un ritrovo conviviale che segna l’avvio del Carnevale, pur non essendo ancora nei giorni “di grasso”. In alcune località, durante la puscena gli uomini donano alle donne una torta a forma di cuore: un gesto affettuoso che unisce il rito del fuoco alla socialità carnevalesca.
È un ponte culturale tra due mondi: il fuoco che purifica e chiude l’inverno, e la tavola che apre alla festa, alla leggerezza e alla convivialità.
Nella simbologia lunare, la vecchia che brucia rappresenta la fase calante della luna, quella che precede il buio totale e prepara la rinascita. È la donna che si consuma per permettere un nuovo inizio, la madre che dona se stessa alla comunità. Un’immagine che sopravvive nei detti popolari e che restituisce alla Giöbia il suo significato originario: non distruzione, ma rigenerazione.
Raccontare questa tradizione significa restituire voce a un patrimonio che non appartiene solo al folclore, ma alla memoria collettiva. È un invito a guardare oltre il pupazzo e il falò, per riscoprire il legame profondo tra le comunità, la terra e il tempo. E forse, nel cuore dell’inverno, a riconoscere che ogni fine porta con sé un inizio.
Fonti:
Testimonianze orali raccolte nel corso degli anni in area varesina, altomilanese e ticinese
Silvio Sganzini, Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, Parte 55, 2000
Romanica Helvetica, vol. 28, 1948
Treccani – Enciclopedia online, voce “Quattro Tempora” di Luigi Giambene
Cultura neolatina, vol. 16, edizioni 2–3, 1956
B. Migliorini, G. Bertoni, M. Bartoli, Dal nome proprio al nome comune, 1925–1927
M. Ponza, Stamperia Reale, 1830
G. Pirotta, Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese, vol. 1, 1816
A. Rossi, Antiche località di Somma Lombardo, 1994
Bake Therapy, Dolci tradizioni: ra Gioebia e la puscena di Donn
VareseNews, Chi era veramente la Giöbia?, 2025