C’è un giorno preciso, nella memoria della città, in cui si spense una delle sue luci più simboliche.
Era il 9 ottobre 1967, quando chiuse per sempre il Caffè Centrale di piazza del Podestà, dopo settant’anni di onorata attività.
Un locale elegante e riservato, crocevia di incontri e amicizie, teatro di partite infinite a carte e a biliardo, dove l’odore del caffè si mescolava al profumo dell’inchiostro dei giornali del mattino.
Dietro il banco, la grande specchiera – ampia, solenne – rifletteva la vita di un’epoca, mentre l’arredamento austero conferiva al luogo una sobrietà signorile. Era il ritrovo di professionisti, letterati, commercianti, ma anche di semplici cittadini che amavano quell’atmosfera di garbo antico e discrezione.
Tra i frequentatori più assidui figurava Piero Chiara, allora già scrittore noto e ironico osservatore della provincia lombarda. L’amico Mauro della Porta Raffo, che ne ha più volte rievocato le gesta, racconta che Chiara arrivava puntuale verso le dieci del mattino: ordinava qualcosa da bere, leggeva “La Prealpina” per aggiornarsi sui fatti di Varese, dava un’occhiata ai necrologi – rito tutto varesino – e poi prendeva posto nella prima saletta a sinistra, dove lo attendeva il suo avversario.
Le carte sul tavolo, il tempo sospeso, la scopa d’assi come duello quotidiano. E quando non c’erano le carte, c’era il biliardo, dove la stecca diventava prolungamento naturale del gesto, quasi un atto di scrittura parallelo.

Il Caffè Centrale fu dunque non solo un bar, ma un salotto cittadino, un luogo d’anima. Con la sua chiusura, Varese perdeva un frammento della sua identità più autentica: quella fatta di conversazioni lente, di sguardi, di ironie e di rituali quotidiani.
Chi passò di lì quel giorno d’autunno del 1967 forse non sapeva di assistere alla fine di un mondo. Ma oggi, a distanza di decenni, è proprio in quei luoghi scomparsi che riconosciamo il volto più vero della nostra città.
Fausto Bonoldi.
