Il colera a Lissago

Il 26 agosto 1855, in piena estate, venne registrato a Lissago – allora ancora comune autonomo – il primo caso di colera. Le cronache dell’epoca raccontano con chiarezza come il terribile flagello, che nel corso dell’Ottocento colpì a ondate diverse l’Europa e l’Italia, non risparmiò nemmeno questo piccolo borgo sulle rive del lago di Varese.

Lissago, in quegli anni, era un paese di poche centinaia di abitanti, raccolto attorno alla chiesa di San Carlo, che svettava al centro dell’abitato. Proprio quella chiesa, che vediamo nelle immagini d’epoca, divenne il fulcro della vita comunitaria anche durante quei giorni drammatici.

Le epidemie, in un’epoca priva di misure profilattiche, di antibiotici e persino di conoscenze elementari sull’igiene pubblica, colpivano con violenza inarrestabile. Il colera, con i suoi sintomi devastanti e la rapidità con cui poteva portare alla morte, generava sgomento e terrore. Bastava un caso, e subito l’intera comunità viveva nell’angoscia della diffusione.

Quel 26 agosto 1855 segnò quindi l’inizio della paura. La popolazione si affidò alle sole armi che aveva a disposizione: la preghiera, i riti religiosi, la speranza in un intervento celeste. Furono organizzate speciali funzioni, venne esposto il reliquiario della Madonna e la festa dell’Addolorata assunse un carattere di eccezionale solennità. Il legame con la fede, in un tempo in cui la scienza non offriva soluzioni concrete, rappresentava l’unica forma di consolazione e protezione.

Sorprendentemente, i risultati furono meno drammatici del previsto. Mentre in altre zone d’Italia – già a partire da marzo di quell’anno – il colera aveva provocato centinaia di vittime, a Lissago i morti furono “soltanto” nove. Per le proporzioni del tempo, un numero quasi irrisorio, soprattutto se rapportato alla micidiale mortalità che l’epidemia aveva raggiunto in molti centri urbani. Forse la piccola dimensione del comune, con la sua popolazione ridotta e più facilmente controllabile, rese meno devastante la diffusione del contagio.

Ciò non significa che la comunità uscì indenne: molti furono gli ammalati, con sintomi gravi e debilitanti. Ma accanto alla paura si moltiplicarono anche i racconti di guarigioni, interpretate dalla gente come un segno di benevolenza divina.

La memoria di quell’estate rimase a lungo impressa. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, il giornalista Angelo Montonati – grande firma del giornalismo varesino e nazionale – rievocò più volte l’episodio, restituendo alle nuove generazioni la consapevolezza di quanto accadde. A lui si deve la cronaca che ancora oggi possiamo rileggere come testimonianza preziosa della resilienza di una comunità di fronte alla malattia.

La storia di Lissago nel 1855 ci ricorda quanto i paesi del Varesotto, pur nella loro dimensione locale, abbiano vissuto eventi che si intrecciano con la grande storia sanitaria e sociale dell’Italia. Epidemie, guerre, carestie: ogni comunità ha dovuto affrontare le proprie prove. Ma ciò che colpisce nel caso di Lissago è la forza con cui fede e solidarietà collettiva riuscirono a contenere la paura e a ridare fiducia, lasciando ai posteri non solo il ricordo della malattia, ma anche quello della speranza.
Giuseppe Terziroli