Il corredo delle spose di un tempo: cosa portavano in dote al matrimonio

di Lorenzo Frascotti

Frugando negli archivi, talvolta affiorano piccole meraviglie capaci di raccontare la vita quotidiana dei nostri antenati. È il caso degli inventari di corredi nuziali, o “schirpe”, conservati in atti notarili che vanno dal Quattrocento al Settecento. Elenchi apparentemente aridi, che invece aprono una finestra sulla vita concreta delle donne: ciò che indossavano, ciò che portavano nella nuova casa, ciò che una famiglia riusciva (o non riusciva) a mettere da parte per il matrimonio.

Il corredo non era un semplice dono. Faceva parte della dote, veniva stimato pezzo per pezzo e, in determinate circostanze, doveva perfino essere restituito alla donna. Qualunque fosse la condizione economica della sposa, il nucleo di base cambiava poco: lenzuola di tela, canapa o lino, camicie, abiti, corpetti e panni per coprire il capo. A fare la differenza erano la quantità, la qualità dei tessuti, i ricami, i colori e la presenza di oggetti non strettamente necessari.

Il corredo più povero, appartenuto a una contadina di Cocquio, comprendeva un letto di piume, due paia di lenzuola di tela grossa, una sola camicia, una gonnella, tre corpetti (uno già logoro), un paio di maniche staccabili, tela e canapa ancora da lavorare, un panno da testa, una catena da fuoco per sostenere il paiolo sul focolare e una lucerna. Poco, ma indispensabile: tutto ciò che serviva per dormire, vestirsi e mandare avanti la casa.

Un corredo di livello medio (della figlia di un mugnaio) era già un piccolo patrimonio: letto con cuscini, piumazzo e coperta, otto lenzuola, sei federe, una tovaglia, ventinove camicie fra nuove e usate, numerosi grembiuli, abiti e corpetti di mezzalana, bombasina e strusino, una cassa di noce, fazzoletti da testa, un panno da battesimo e collane di granato e corallo.

Nel corredo di una donna abbiente (la nobildonna Ursula Besozzi), alla quantità si aggiungeva lo sfoggio: lenzuola e federe ricamate, stoffe cangianti, pizzi, corpetti lavorati, maniche staccabili di gros-grain, un velo nero per la chiesa, calze, un cassone di noce, coralli e perfino un anello d’oro. I diversi pezzi potevano essere combinati fra loro, moltiplicando gli abiti disponibili.

Per le famiglie contadine ogni oggetto era il risultato di anni di sacrifici. Le ragazze filavano, tessevano, cucivano, mungevano o lavoravano come serve nelle case dei benestanti per accumulare quanto serviva alla dote. Quelle che oggi ci sembrano poche e umili cose rappresentavano allora un capitale e una speranza: il passaporto per una nuova vita, possibilmente accanto a un buon partito. O, almeno, al meno peggio disponibile.