La tragedia di Giuseppe Burei e l’oblio della memoria

Il 18 agosto 1938, nei cieli della provincia di Varese, si consumò una tragedia destinata a lasciare un segno profondo, benché in seguito quasi cancellato dalla memoria collettiva. A Mornago, nei boschi di Montonate, perse la vita l’aviatore Giuseppe Burei, capo collaudatore della celebre Aeronautica Macchi, insieme al prefetto di Varese Chiesa, alla moglie del medico condotto di Azzate, dottor Acquadro, e ad altri passeggeri.

L’uomo e il suo ruolo nell’aeronautica

Nato in un’epoca in cui il volo rappresentava il simbolo stesso del progresso, Burei si impose negli anni Trenta come figura di primo piano della sperimentazione aeronautica. Come capo collaudatore della Macchi, affrontò con coraggio i rischi di un mestiere pionieristico, mettendo a disposizione le sue competenze e la sua vita per testare le nuove macchine volanti.
Fra i suoi meriti spiccano la conquista di primati mondiali ai comandi dell’idrovolante da trasporto passeggeri C.94 e, soprattutto, l’aver condotto il primo volo del prototipo del C.200 Saetta, caccia monoplano destinato a diventare uno dei modelli più noti dell’aviazione italiana della Seconda guerra mondiale.

Il volo fatale

La tragedia di quel 18 agosto non fu frutto del caso, ma di una concatenazione di circostanze e pressioni politiche. Secondo la testimonianza del generale pilota Roberto Crespi, il prefetto di Varese si presentò con la famiglia alla Schiranna, pretendendo di compiere un volo con l’idrovolante postale che collegava Varese a Cagliari. Il decollo era previsto per il giorno successivo, ma il pilota designato non era reperibile. Con i “potenti mezzi” del regime si rintracciò allora Giuseppe Burei, e gli fu imposto di prendere il comando del velivolo.

L’aereo decollò, ma i serbatoi ausiliari risultarono vuoti: il carburante era contenuto soltanto nel serbatoio centrale. Quando in volo Burei passò l’alimentazione dai centrali agli alari, i motori si spensero improvvisamente. Dimostrando freddezza e abilità, il collaudatore tentò un atterraggio di fortuna nei pressi di Montonate. Forse sarebbe riuscito nell’impresa, se non fosse che un rialzo del terreno si parò davanti al velivolo, impedendogli ogni possibilità di salvezza. Lo schianto fu fatale.

Il regime e il silenzio

Il fascismo, attento alla propaganda, celebrò funerali solenni per Burei e per le altre vittime. Tuttavia, la vicenda fu presto avvolta dall’oblio, perché troppo imbarazzante: un incidente determinato non da nemici esterni o da fatalità ineluttabili, ma da pressioni politiche, superficialità e carenze tecniche.

La memoria nascosta

Dell’incidente restano oggi poche tracce: alcuni articoli, qualche foto e le testimonianze orali tramandate, come quella di Crespi, o le righe struggenti di Ambrogio Biotti, che descrisse gli attimi successivi allo schianto. Sono brandelli di memoria che ci permettono di ricostruire non solo la morte di un collaudatore, ma anche l’atmosfera di un’epoca in cui il volo, emblema del progresso, si intrecciava con la retorica e le imposizioni del potere politico.

Ricordare oggi Giuseppe Burei significa rendere giustizia a un aviatore che ha contribuito al prestigio tecnico della nostra aviazione e la cui vicenda personale testimonia quanto la storia dell’aeronautica italiana sia fatta di innovazione e coraggio, ma anche di ombre e silenzi.