Le pietre falliche di Mercallo:un santuario romano dimenticato

di Davide Sottocasa

Sotto i campi di Mercallo, piccolo comune della provincia di Varese, dorme da duemila anni un patrimonio archeologico straordinario.
La sua parte più rara e preziosa sono due pietre falliformi scoperte nel 1966 in proprietà Rosini:
simboli di fertilità e sacralità romana di cui quasi nessuno sa l’esistenza e che rischiano di andare perduti per sempre.

La storia inizia nel 1933, quando il Regio Ispettore Pietro Massari rinvenne in località Cascina Pozzi, proprietà Angelo Varalli, la prima tomba romana mai identificata a Mercallo.

Una sepoltura di pietre e calce con coperchio di serizzo, contenente piatti, vasi e una lucerna di terracotta. I reperti finirono al Museo Studi Patri di Gallarate. Massari scrisse che era la prima volta che si identificavano anticaglie romane proprio a Mercallo.

Nel 1934, a Pra di viri, territorio sestese contiguo a Mercallo, i sondaggi in proprietà Ingignoli portarono alla luce pietre lavorate, muretti a secco e canalizzazioni di età romana vicino al bacino chiamato la Vasca. Dopo vent’anni di silenzio, nel 1954, nella cava della Vignaccia di Stefano Monteggia, già di Angelo Varalli, emerse una tomba a cassetta di ciottoli con un’olpe. Cornelio Bruscherini recuperò il reperto e raccolse notizie di ritrovamenti precedenti, tra cui una statuetta di circa quaranta centimetri andata perduta.
L’anno dopo, sempre in Vignaccia, fu trovata un’altra tomba di inumato costruita con lastre di beola.
Il 24 ottobre 1957 i cavatori scoprirono due tombe a cassetta di pietra. L’ispettrice onoraria Irenea Bruscherini intervenne subito. Con le manovalanze messe a disposizione dai sindaci di Mercallo, Aldo Piazza, e di Sesto Calende, Luigi Besozzi, lo scavo andò dal 25 al 30 ottobre. Si individuò un’area sepolcrale delimitata da muretti a secco. Al centro le due tombe ricche; intorno sepolture più modeste in nuda terra o con pochi ciottoli, tutte con resti di individui cremati.
La prima tomba, in calcare di fine fattura e chiusa con graffe di ferro, conteneva un’ampolla in cristallo di rocca, una lucerna con Mercurio alato, oggetti in bronzo, una moneta di Claudio del I secolo d.C. e frammenti ossei.
La seconda, in serizzo, aveva un balsamario in vetro, chiodi di ferro e due vasi ceramici con volti satirici e maschere tragiche, deposti all’esterno.
Nel marzo 1958 emersero altre sepolture: si salvarono frammenti di vasi cinerari, monete, balsamari e uno splendido vaso di vetro azzurrato.

Nell’ottobre 1959 un’escavatrice trovò un’urna cilindrica in pietra. Parte del corredo fu trafugata, ma quanto recuperato era eccezionale:
un’ampolla in cristallo di rocca, un anello d’oro con Eros alato, una scultura in ambra di un fanciullo con un gallo, oggetti in ambra, argento e oro, una moneta di Tiberio e i resti di un bambino di dieci-dodici anni.

Con questa scoperta si chiuse la necropoli della Vignaccia.

Il 3 dicembre 1959, in località Gerbiasco, proprietà Carlo Tosetto, emerse una grande tomba a lastroni di beola, vuota, di età tardo romana.

Poi arrivò il 1966, l’anno decisivo.
In proprietà Rosini l’ispettore Angelo Mira Bonomi recuperò i resti di una tomba a cappuccina, solo quattro tegoloni, depositati al Comune di Mercallo. Nello stesso fondo, nel mappale 610, furono trovate tre grandi pietre lavorate, parte di una balaustra di un edificio di culto, e una cassetta in pietra.

Poco più a monte spuntarono le due pietre falliformi, grossolanamente lavorate ma inequivocabili:
elementi di un edificio sacro romano, unici nel territorio e quasi sconosciuti.

La rilevanza di questo sito è stata confermata anche da una visita personale: il sindaco di Mercallo, Andrea Tessarolo, ha voluto accompagnare chi scrive sul terreno, permettendo di constatarne di persona l’eccezionale importanza.


In adiacenza nel 1966, a Pra di viri, durante lo scavo per un pilone Enel, Bonomi documentò una pavimentazione di probabile abitazione di età romana.Resto ulteriormente colpito dai numerevoli cocci che appaiono a vista.

Nel 1968 la Soprintendenza premiò Stefano Monteggia con cinquantamila lire per i corredi della Vignaccia.

Nel 1988-1989, durante la lottizzazione a monte della strada per Oriano, l’ispettore Mariotti recuperò frammenti ceramici e un muretto a secco romani. Quello stesso anno la Soprintendenza impedì la trasformazione della cava della Vignaccia in discarica.

Oggi quel patrimonio resta in gran parte in mano privata, senza indagini sistematiche né un piano di valorizzazione.
Le pietre falliche di proprietà Rosini, le balaustre e i resti della necropoli attendono.

Il rischio è concreto:
un terreno privato può essere edificato, spianato, dimenticato.

Un sito come questo non si ricostruisce. Per questo l’appello è rivolto alle autorità archeologiche competenti, alla Soprintendenza e agli enti locali: affrettatevi a visionare questo sito.
Non è un capriccio di studiosi. È un dovere verso una memoria di duemila anni che non ha mai avuto la voce che merita.
Perché non è solo storia locale. È un tassello del mondo romano padano che manca ancora ai libri di scuola e ai musei. E finché resta sepolto sotto un campo di Mercallo, è un tassello che il tempo può cancellare.