di Federico Bianchessi Taccioli
Da tempo desideravo visitare Dresda, la splendida ‘Firenze tedesca’. Una città capolavoro, e anche miracolo. Rasa al suolo tra il 13 e il 15 febbraio 1945 dai bombardieri angloamericani, ha ormai completamente recuperato praticamente al cento per cento il fascino di un tempo grazie a una ricostruzione e un restauro accuratissimi. Nessuna impressione di trucco, l’occhio si appaga di una antichità dalle apparenze perfette: un po’ al contrario di certi lifting estetici, qui si direbbe centrato l’obiettivo di dimostrare tutta l’età della bellissima signora.
Tra i luoghi immancabili della visita, il più inevitabile si trova nel grandioso complesso barocco dello Zwinger: un palazzo con giardini al cui interno trova posto la Pinacoteca degli Antichi Maestri, una delle collezioni d’arte più importanti del mondo.
La pittura italiana la fa da regina e la perla della corona è la Madonna Sistina, uno dei dipinti più emozionanti di Raffaello (e il più sfruttato dal marketing, grazie ai – o per colpa dei – due angioletti sbarazzini in basso, riprodotti fin dall’800 separatamente dal resto del quadro per una infinità di gadget e pubblicità, fino a diventare un’icona pop-kitsch).
Come arrivò Raffaello sull’Elba? Chi ce l’ha rubato? Nessuno. Lo vendettero nel 1753 i benedettini di Piacenza – al cui convento era stato destinato e in cui si trovava fin dagli inizi del ‘500 -, per riparare i danni di un’alluvione.
La straordinaria collezione messa insieme tra guerre, battute di caccia, feste da ballo e viaggi da turista attraverso l’Europa in cerca di lussuosi souvenir (comprese parrucche, orologi, porcellane e gilet) dall’illuminato sovrano Federico Augusto II di Sassonia (noto anche come Augusto III di Polonia), amico del Re Sole e marito della cugina di Maria Teresa d’Austria, esibisce però molti altri capolavori, oltre alla Sistina.
E qui ci avviciniamo a parlare di Varese. Perché il nucleo originario della raccolta deriva da quella ancora ricordata come la ‘vendita di Dresda’. La più colossale cessione di un patrimonio artistico italiano della storia.
Cento quadri, tra i quali molti capolavori, venduti attraverso una trattativa non soltanto lunga e complessa, ma degna di un film di spionaggio, con agenti 007 dell’epoca, intrighi e manovre di ogni tipo. E chi era il venditore di tanto bottino? Il duca di Modena Francesco III d’Este.
Erede di una casata di mecenati e grandi amanti dell’arte, trovandosi a corto di denaro per le spese di corte e le campagne militari, decise di seguire le orme dei suoi antenati della fine del ‘500, quando il passaggio sotto lo Stato Pontificio portò a Roma una parte non secondaria della collezione, andando a formare la galleria Borghese.
La differenza, rispetto a due secoli prima, fu che stavolta andò al mercato praticamente tutto il patrimonio artistico del modenese. L’Augusto sassone non si volle lasciar sfuggire l’occasione, tanto più che su quella collezione, giudicata la più bella d’Italia, aveva messo gli occhi già durante una visita nel 1712. Trentaquattro anni dopo, era sua.
L’affare venne firmato per una cifra ufficiale di 100mila zecchini d’oro. Sulla bilancia, tre quintali e mezzo di nobile metallo. Alle quotazioni odierne, 11.632.300.000 euro. Il 6 luglio 280 anni fa i quadri vennero caricati su una mezza dozzina di carri e lasciarono Modena per sempre.
Nel corso del tempo qualche opera è andata dispersa, tra cui un Rubens. Ma quasi tutto ha superato fortunatamente furti, guerre, bombardamenti, nascondigli, trasferimenti. La vendita di Dresda non è stata del tutto una perdita per l’Italia: ha permesso di far scoprire, a posteriori e grazie a critici stranieri, il grande valore di autori da noi considerati forse secondari, come il Correggio – la sua ‘Adorazione dei pastori’, soprannominata ‘La notte’, è una magia di luce che rende la misura di un grande rinnovatore della pittura post-rinascimentale -, e come Annibale e Agostino Carracci, il Guercino, Guido Reni, il Parmigianino.
Nel carrello della spesa di Dresda finirono anche firme celeberrime, come Rubens, Andrea Del Sarto, un Tintoretto, quattro di Tiziano (super il ‘Cristo della moneta’), una mezza dozzina di Veronese. Non faceva parte del ‘pacchetto’ la famosa ‘Venere dormiente’, cui misero mano prima il Giorgione e poi Tiziano: l’ammiriamo nella collezione grazie all’acquisto a Venezia tramite un mercante francese alla fine del ‘600.
Non fu del tutto una perdita, si diceva, perché la ‘vendita di Dresda’ contribuì a diffondere la fama dell’arte italiana nel mondo, facendone un distinto biglietto da visita del Bel Paese. E certamente rimpinguò le finanze del duca d’Este.
Quando si vide costretto a cedere Modena e Reggio all’Austria, e scelse Varese come nuova sede della sua corte, l’incasso della vendita di Dresda gli permise di ricostruirsi una piccola reggia. Attinse probabilmente anche alla dote della sposa, scelta con accortezza finanziari: Teresa di Castelbarco, vedova del ciambellano imperiale, il conte milanese Antonio Simonetta.
L’acquisto della villa del mercante Tommaso Orrigoni, la ristrutturazione e l’ampliamento, la sistemazione dei giardini. Non sappiamo con precisione il bilancio delle spese, anche perché vennero diluite in vari lotti. La piccola Versailles, o meglio la piccola Schönbrunn, non sarebbe però mai potuta diventare tale senza quei benedetti – o maledetti – centomila fiorini d’oro del sovrano di Sassonia incassati grazie alla lucrosa operazione Dresda.
A Dresda, arrivavo da Bayreuth, dove Richard Wagner fece erigere il teatro ancora oggi sede del festival estivo delle sue opere. La città è curiosamente gemellata con La Spezia. C’è una La Spezia Platz, e il monumento del grande compositore tedesco è dono della città ligure.
Tutto per una notte agitata trascorsa lì in una locanda dal quarantenne musicista, proveniente da Genova, durante la quale il rumore del mare, anzi il sogno del rumore delle onde, gli ispirò l’accordo iniziale in Mi bemolle del preludio de ‘L’oro del Reno’. Ben poca cosa rispetto all’affare di Dresda e a quanto ne seguì.
Lanciamo dunque l’idea agli amministratori: un gemellaggio tra Varese e Dresda. Arte e affari, cosa pretendere di più. Due ottimi presupposti per un riuscito matrimonio d’amore.
