di Davide Sottocasa
Il 25 settembre 1959 le Cronache Varesine riportavano un episodio che racconta molto più di un semplice fatto di costume: l’arrivo a Varese di Aman Ullah Khan, re dell’Afghanistan dal 1919 al 1929, figura centrale della modernizzazione del suo Paese e, insieme, emblema di un destino segnato dall’esilio.
Aman Ullah, protagonista di riforme coraggiose — dall’abolizione della schiavitù all’apertura verso l’istruzione femminile, dal tentativo di occidentalizzare la burocrazia fino alla ricerca di una nuova collocazione internazionale — fu costretto ad abbandonare Kabul dopo il colpo di Stato che lo depose. La sua figura oscillava tra l’immagine del riformatore illuminato e quella di un sovrano troppo audace per i tempi e per gli equilibri politici della sua nazione.
Dopo un lungo peregrinare, scelse l’Italia come rifugio, e Varese divenne una delle sue dimore privilegiate. In viale Magenta 3 prese alloggio in un appartamento che, pur discreto, racchiudeva l’eleganza di un re decaduto ma non sconfitto nello spirito. Gli arredi erano impreziositi da tappeti afghani che parlavano della sua terra lontana e trasformavano le stanze in un salotto orientale: gli ospiti erano accolti secondo le usanze del suo Paese, seduti a terra, in un contesto che sapeva di raffinatezza e ritualità.
Le cronache lo descrivono come un vero gentleman, amabile e disponibile. Portava piccoli doni ai bambini del vicinato, segno di un’attenzione che andava oltre le convenzioni. Visse con la sua seconda moglie italiana e con la figlia Fatima, giovane donna moderna, inserita nel giro sociale varesino e appassionata di automobili di lusso: un dettaglio che colpì molto l’opinione pubblica di allora, segno tangibile del dialogo tra due mondi, quello mediorientale e quello occidentale.
Il re parlava correntemente l’italiano e diverse lingue europee, testimoniando una formazione cosmopolita che lo rendeva figura di grande fascino. A Varese, Aman Ullah incarnava il legame fra l’Oriente e l’Occidente in un’epoca in cui il capoluogo prealpino, grazie anche alle sue ville e al clima ameno, era rifugio per nobiltà e personalità di spicco. Non a caso, nello stesso periodo, anche il principe Umberto di Savoia amava trascorrere soggiorni in città, prediligendo Villa Mirabello.
La vicenda di Aman Ullah a Varese non è dunque soltanto la storia di un re deposto. È il riflesso di una città che seppe accogliere, con discrezione e curiosità, personaggi provenienti da mondi lontani, trasformandosi in crocevia di storie, di esistenze in transito, di culture che si intrecciavano. Oggi, a distanza di decenni, il ricordo di quell’uomo elegante e colto che passeggiava in viale Magenta ci invita a riflettere sul valore dell’incontro fra civiltà diverse.
In un tempo in cui l’Afghanistan era già terreno di conflitti geopolitici, la presenza del suo ex re a Varese rappresentava un frammento di pace, di umanità e di vicinanza. La città bosina accolse Aman Ullah senza clamori, permettendogli di ritrovare, seppur per poco, la dignità e il calore di una comunità. Un re in esilio, un quartiere cittadino, una famiglia che si muoveva tra due culture: ecco l’immagine che il 25 settembre 1959 consegnava alla memoria varesina.


