PREMIO MIGLIOR PROGETTO EDITORIALE SCUOLA PELLICO realizzata da Viviana, Sofia, Ariel, Niccolò, Marco, Mattia, Giuseppe, Nicolas
Il 16 aprile le classi prime hanno incontrato Francesco Vescovi, un grande giocatore che ha esordito
in Serie A1 nel campionato 80-81 e con il club Varesino ha trascorso quasi tutta la sua carriera, 21
stagioni, un record! Con lui abbiamo vinto lo scudetto nel 1999.
Com’è nata la sua passione per il basket? A che età ha iniziato?
Quando ero piccolo trascorrevo moltissimo tempo all’oratorio: appena finiva la scuola tornavo a
casa, pranzavo, facevo due compiti (ma proprio due, eh?) e subito mi recavo ai campetti
dove trovavo gli amici con i quali giocavo a pallacanestro fino a sera. Un giorno, mentre
disputavamo una partita, è arrivato un allenatore della Robur et Fides (una società storica di Varese)
che ci ha proposto di partecipare a una selezione per una leva di giocatori giovani. Io e alcuni dei
miei compagni siamo andati, più per fare due tiri che per la selezione in sé. Probabilmente, in
quell’occasione, hanno visto che avevo un minimo di qualità e mi hanno chiesto se ero interessato
a tesserarmi per quella società. Così ho iniziato il percorso nel settore giovanile, in verità abbastanza
tardi, perché penso che avessi già 11 o 12 anni.
A 16 anni la Pallacanestro Varese mi ha acquistato dalla Robur et Fides. Ho esordito nella panchina
della serie A quando ero molto giovane, poi, a piccoli passi, verso i 19-20 anni ho iniziato a giocare
stabilmente in prima squadra.
Quale vittoria ricorda con maggior piacere?
Sicuramente ricordo con grande piacere la partita in cui abbiamo conquistato lo scudetto del ’99,
quella è stata una giornata indimenticabile, però ci sono tante altre situazioni che non sono legate
ad una vittoria di campionato, ma ad avvenimenti o gare che mi hanno lasciato qualcosa dentro,
anche se non mi riguardano personalmente. Qualche giorno fa, ad esempio, su Sky hanno
trasmesso una partita degli Europei del ‘99. Nella squadra della Nazionale c’erano tre o quattro
atleti che giocavano insieme a me a Varese. Quell’anno, dopo aver vinto lo scudetto, vinsero anche
gli europei in Francia, contro la Spagna. Rivedendo quella partita mi sono venuti i brividi perché mi
sono detto: “Guarda quei giocatori lì, che giocavano insieme a me, cosa hanno combinato! Hanno
raggiunto un risultato eccezionale!” Quindi i bei ricordi sono legati non solo a quello che ho fatto io,
ma anche a giocatori che con me hanno condiviso una parte della loro carriera.
Quale sconfitta invece le è pesata di più?
Tante! Ho subito tante sconfitte e tutte pesano. Però anche gli insuccessi ti aiutano a migliorare: la
sconfitta fa parte del gioco, anche al miglior giocatore del mondo è capitato di perdere. L’errore è
fondamentale per la crescita. L’importante è saperlo riconoscere, ammettere, esaminare e poi
cercare di superare allenandoti per migliorare. Nessuno è arrivato a vincere senza commettere
errori. L’errore fa parte del percorso.
Ci sono stati dei giocatori con cui ha legato maggiormente?
Sì, sicuramente: Andrea Meneghin, De Paul, Max Ferraiuolo, Mrsic, Caneva, che era il mio compagno
di camera quando andavamo in trasferta. Ci sono tanti giocatori con i quali ho condiviso gioia e
dolori, allenamenti, sudore, fatica, sacrificio, quindi è chiaro che li ricordi con grande piacere.
Ricorda la sua prima partita in Serie A?
Sì, ho un ricordo sbiadito perché sono passati anni, però sì. È stata contro la Virtus Bologna, qua a
Varese. Io ero in panchina, avevo 16 anni. La squadra stava vincendo di tanti punti, quindi
l’allenatore ha deciso di mettere dentro anche gli ultimi della panchina, i più giovani, per farli
esordire. Mi ricordo che in quell’occasione feci anche i primi due punti in Serie A e fu chiaramente
una gioia immensa. Oltretutto, esordire contro la Virtus Bologna, che allora era la squadra che
combatteva contro Varese per vincere lo scudetto, fu per me un sogno che si realizzava.
Qual è stato il punteggio massimo da lei realizzato in partita?
Mi sembra che siano 36 punti contro Venezia, al Palazzetto di Masnago. Però, non è una partita che
ricordo particolarmente, perché poi ci sono state tante altre gare molto più belle ed importanti.
L’anno in cui vincemmo lo scudetto, ad esempio, nell’ultima partita, feci pochi punti, però riuscii a
dare il mio apporto alla squadra in maniera concreta e quindi è stato un traguardo ancora più bello
rispetto ai 36 punti realizzati personalmente. Quando vai avanti nella carriera e sei un atleta più
maturo, più consapevole, ti rendi conto che vale di più quello che riesci dare al gruppo, alla squadra,
piuttosto che il tuo store finale e quindi dai maggior peso a tutto il resto piuttosto che al punteggio
personale.
Cosa ne pensa del progetto Varese Basket School Cup?
Penso sia una di quelle iniziative che aiutano ad avvicinare i giovani allo sport, in particolare alla
pallacanestro. Mi piacerebbe che queste manifestazioni non riguardassero solo il basket ma anche
altre discipline, come ad esempio quelle meno conosciute. Credo che sia importante, nella
formazione di voi ragazzi, non solo l’aspetto didattico, ma anche un percorso fisico-motorio perché
insegna anche a conoscere il proprio corpo e i limiti personali. Un grosso aiuto che mi ha dato lo
sport è proprio quello di riconoscere i segnali che mi dà il mio fisico. Ho imparato ad alimentarmi
bene durante la giornata, a dormire le giuste ore, a prepararmi ai momenti importanti.
Come ci si sente ad entrare in un palazzetto sapendo che tante persone la stanno guardando?
E’ un aspetto mentale che devi cercare di gestire: è chiaro che quando entri in un palazzetto in casa,
sai che la maggior parte del pubblico è lì per sostenerti, invece, quando vai fuori casa hai la
situazione opposta, ti urlano contro. Quindi, anche in questo caso, devi fare un percorso: all’inizio
magari rimani sorpreso e non riesci a concentrarti, andando avanti nella carriera e facendo
esperienza trovi un equilibrio tale per cui la tua testa pensa alle cose che devi fare in campo e non
a quello che succede all’esterno. Quando riguardavo le partite mi rendevo conto che alcune volte
le cose mi risultavano facili perché avevo raggiunto un livello di attenzione che era solo rivolto al
rettangolo di gioco, cioè niente e nessuno mi poteva distrarre o distogliere da quello che stavo
facendo sul parquet.
Infine, per dare il meglio di te, devi anche trovare la tua routine: io, prima delle partite, facevo
sempre le stesse cose, addirittura avevo le calze della partita, le scarpe della partita, la magliettina
che mettevo sotto la maglia della partita. Tutta la settimana mangiavo alla stessa ora e andavo a
riposare alla stessa ora, tutto era codificato. Non perché fossi strano, ma perché sapevo che tutto
questo mi serviva per arrivare alla partita nelle condizioni migliori; stavo bene facendo quelle cose
lì, probabilmente mentalmente mi sentivo sollevato e confortato e arrivavo preparato alla partita.
Quale partita ricorda particolarmente?
Ce ne sono tante, potrei dire quella dello scudetto oppure la prima partita in nazionale, a Praga. Di quella mi ricordo anche il viaggio, perché atterrammo in una bufera di neve. Ricordo tante partite, che non sono necessariamente legate a una vittoria.
Com’è stato passare da giocatore ad allenatore?
Bella domanda, è stato terribile! Sì, perché quando sei giocatore sei tu padrone di quello che fai in campo.
Certo, devi seguire delle direttive e degli schemi, però sei tu che gestisci il pallone. Quando fai l’allenatore il
difficile è coordinare dieci persone, cinque in campo tutte assieme, ma con cinque teste diverse, cinque
caratteri diversi, cinque modi diversi di vivere la partita. Anche in questo caso devi piano piano fare
esperienza e riuscire a capire cosa dire a ognuno e come dirlo. Insomma, è tutto abbastanza più complesso, è meglio giocare!.
Trova differenze tra il basket di una volta e quello di adesso?
Sì, ci sono delle differenze perché le regole sono cambiate. Oggi c’è il tiro da tre punti che ha cambiato un po’ il modo di giocare che è diventato anche molto più fisico e più veloce. Noi forse eravamo più grossi e più lenti. I pivot, che dovrebbero essere quelli che stanno sotto canestro, adesso molte volte si posizionano fuoridall’area. Anche il fatto di avere tanti stranieri, quindi tanti modi diversi di intendere il gioco, complica un po’ le cose. Quando si forma una squadra bisogna cercare di capire chi si ha di fronte.
Una volta i preparatori atletici facevano correre, magari fare i pesi e poi avevano finito il loro lavoro. Oggi,invece, è tutto più metodico: si raccolgono dati tramite il computer. C’è una grande ricerca della prestazione fisica e del suo miglioramento, con allenamenti specifici. E soprattutto, mentre una volta tutti facevamo tutto, dal più piccolo al più grande, adesso gli allenamenti sono più specifici a seconda del ruolo e dellastruttura fisica di ogni giocatore. Anche l’alimentazione è molto più curata: la squadra offre agli atleti l’opportunità di essere seguiti da un nutrizionista ottimizzando così le loro prestazioni.
Ha sempre praticato basket o ha fatto anche altri sport?
Io vengo da una famiglia di canottieri; mio papà e mio fratello facevano canottaggio e ho iniziato anch’io a praticare questo sport. Ero già alto sin da piccolo e quindi, quando mancava qualcuno, mi chiamavano con quelli più grandi a remare: è uno sforzo faticosissimo! Infatti, dopo un po’ di volte, mi sono detto: -Mah, forse mi diverto di più e faccio meno fatica a fare pallacanestro! -.
A questo punto interviene la prof. Padovan: Ti sarà capitato di perdere una partita per la quale eri molto preparato o una partita a cui tenevi particolarmente. Come hai reagito?
Ce ne sono state tante di sconfitte, che hanno creato sconforto, che hanno creato tristezza, che mi hanno portato a dire: – Non ce la farò mai! – Quando sei più giovane pensi sempre di dare la colpa a qualcun altro: l’allenatore, i tuoi compagni di squadra, l’arbitro, le stelle che non si sono allineate… Cerchi sempre di trovare una scusa invece di guardare al tuo errore e a quello che avresti potuto fare meglio. Ripeto, di sconfitte ce ne sono state tante, ma hanno fatto parte del percorso che ha condotto alla vittoria. A 36 anni, quando sonotornato a Varese, non pensavo di poter raggiungere il traguardo che ho rincorso per tutta la mia carriera.
Eppure, quell’anno è accaduto qualcosa di magico! Non eravamo sicuramente la squadra favorita per vincere lo scudetto, ma vari eventi hanno fatto scoccare la scintilla. La squadra voleva sempre allenarsi per migliorare e, man mano che la stagione avanzava, ci siamo resi conto che potevamo raggiungere un traguardo all’inizio
impensabile. E’ cresciuta la consapevolezza di poterlo fare, di poterci arrivare, e allora ci abbiamo dato dentro ancora di più e abbiamo creato un’esperienza bellissima culminata con lo scudetto.
Nel finale, resta il tempo per una serie di domande a raffica da parte del pubblico:
Quanti infortuni ha subito?
Devo fare l’elenco???? Il menisco, che è la cosa più banale, l’asportazione della milza che è un po’ più
importante, slogature, il naso una infinità di volte… Fa parte del tuo lavoro.
Ha mai avuto degli arbitri contro?
Ma no! Gli arbitri sono come giocatori, possono commettere errori; la pallacanestro è uno sport dove ci
sono molti contatti fisici, si gioca a grande velocità; quindi l’arbitro deve decidere in una frazione di secondo
e non è facile. Invece di arrabbiarsi, a volte, è più costruttivo parlare con loro e aiutarli.
Qual è stato l’avversario più forte che ha incontrato?
Ce ne sono stati tanti perché ai miei tempi c’erano molti giocatori del NBA che finivano la carriera in Italia perché guadagnavano molti soldi giocando nel nostro campionato. Ho avuto a che fare con tanti atleti americani estremamente forti, giocare con loro o contro di loro mi ha fatto crescere, ho imparato a stare in campo. La cosa importante per un giocatore è proprio fare come una spugna: assorbire tutte le cose.
Cosa si prova ad essere capitano?
E’ una responsabilità. Ma molto spesso i veri capitali sono quelli che danno l’esempio, anche senza parlare ,col loro comportamento o il loro modo di fare. Non è sempre il capitano quello a cui tutti danno retta.
Un consiglio che potrebbe dare ai giocatori di oggi del Varese o anche ai ragazzi di oggi che hanno il sogno di giocare nella massima divisione?
Ai giocatori della Pallacanestro Varese non mi permetto di dare alcun consiglio, hanno già i loro allenatori! Il consiglio che do a voi è di praticare lo sport che vi piace. Fate del vostro meglio e mettete in conto che ci saranno vittorie, ma anche sconfitte e sacrifici da affrontare. Se volete fare bene una attività
sportiva qualche rinuncia va messa in conto.
Dopo i ringraziamenti della Dirigente, e a conclusione di una bellissima mattinata, gli alunni si sono radunati intorno a Cecco Vescovi per avere da lui un autografo.
Viviana, Sofia, Ariel, Niccolò, Marco, Mattia, Giuseppe, Nicola

