«Dare voce a chi non può più parlare»: il mondo simbolico dell’artista che trasforma memoria e silenzio in arte. Ci sono artisti che raccontano ciò che vedono. Altri che raccontano ciò che ricordano. E poi ci sono artisti che cercano di dare forma a ciò che non può più essere raccontato. È questa la sensazione che si prova entrando nello studio di Vito Scamarcia, protagonista della mostra Trame della Materia, che sarà inaugurata il prossimo 7 giugno a Varese. Un percorso fatto di sculture, grandi disegni a grafite, simboli e forme essenziali che ruotano attorno a un tema preciso: quello della memoria e della parola negata.
Nato ad Altamura ma cresciuto nel territorio varesino, tra Voltorre e Oltrona, l’artista racconta di aver iniziato a disegnare fin da bambino. La sua prima esposizione risale addirittura alle scuole elementari, quando presentò un disegno raffigurante delle mucche al pascolo. Da allora il percorso creativo non si è mai interrotto. Negli anni la sua attività si è estesa alla scultura, all’arredamento, al restauro di mobili e di edifici storici, sviluppando una sensibilità particolare verso la materia e la memoria custodita negli oggetti e nelle architetture.
Ma è soprattutto nel linguaggio artistico che emerge una ricerca personale e riconoscibile. «Credo che ogni artista abbia un’idea centrale che continua a sviluppare per tutta la vita» spiega. «Cambiano le forme, cambiano i materiali, ma il nucleo rimane sempre lo stesso». Nel suo caso questo nucleo ruota attorno al simbolo, al totem, all’enigma e alla parola. Le influenze sono molteplici: la cultura africana, il mondo contadino, l’Oriente e in particolare il Giappone. Mondi apparentemente lontani che nell’opera dell’artista si fondono in una sintesi personale fatta di segni essenziali e immagini archetipiche. Tra le opere che saranno esposte spiccano i celebri volti senza bocca, figure enigmatiche che rappresentano una delle chiavi di lettura più profonde della sua ricerca. «Sono persone che esistono ma non possono parlare» racconta. «Nascono da immagini che ho visto nel corso degli anni, fotografie provenienti dal Ruanda, dalla Namibia e da altri luoghi segnati dalla guerra e dalla violenza. Volti di cui non conosciamo il nome, la storia, il destino. Eppure ciascuno di loro aveva una vita da raccontare».
Accanto ai volti compaiono segni che ricordano lettere, alfabeti sconosciuti, parole impossibili da pronunciare. «In un certo senso cerco di dare voce a chi non ha avuto la possibilità di raccontarsi». Un messaggio che emerge anche da una delle opere più significative della mostra: un grande drappo nero apparentemente vuoto. Non vi è scritto nulla. E proprio per questo può contenere tutto. «Mi piace immaginarlo come uno spazio libero, una parete sulla quale ciascuno può lasciare il proprio pensiero, il proprio ricordo, la propria storia». Al centro dell’esposizione troverà posto un grande covone, destinato a diventare il fulcro simbolico dell’intero percorso. Una forma semplice, nata dalla cultura contadina, ma capace di trasformarsi continuamente agli occhi di chi osserva. Può essere un covone, una punta, un’arma, un monumento, un segnale. «Non mi interessa imporre un significato. Preferisco che ogni persona trovi il proprio». La stessa filosofia attraversa tutte le opere presenti in mostra. Nessuna interpretazione definitiva, nessuna spiegazione obbligata. L’arte diventa uno specchio nel quale ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.
Particolarmente suggestive sono anche le opere dedicate al cielo, elemento che l’artista considera il simbolo più potente e misterioso che esista. «Molti vedono il mare. Io invece ho sempre pensato al cielo. A qualcosa di immenso, irraggiungibile, che continua a interrogarci». Osservando il suo lavoro emerge chiaramente una ricerca progressiva di essenzialità. Nel corso degli anni le forme si sono semplificate, i colori si sono ridotti all’essenziale: bianco, nero, rosso, giallo, arancione e, più recentemente, l’azzurro. Una scelta che non nasce dalla sottrazione fine a sé stessa, ma volontà di arrivare all’essenza delle cose. «Una forma semplice può avere una forza enorme». Forse è proprio questa la caratteristica che rende immediatamente riconoscibili le sue opere. Volti enigmatici, segni simbolici, triangoli, strutture primarie e immagini sospese tra memoria e immaginazione compongono un linguaggio personale che negli anni ha saputo consolidarsi senza perdere autenticità.
La mostra Trame della Materia, a cura di Patrizia Di Modugno, sarà inaugurata domenica 7 giugno alle ore 17 presso lo Spazio Polifunzionale ACLI di via Speri Della Chiesa 9 a Varese e resterà aperta fino al 28 giugno 2026. Le aperture al pubblico sono previste il sabato e la domenica dalle 15 alle 18. Sono inoltre possibili visite su prenotazione contattando il numero 347 7833432. L’ingresso è libero. Un’occasione per entrare in contatto con un percorso artistico che non offre risposte preconfezionate ma invita a fermarsi, osservare e riflettere. Perché, come dimostrano queste opere, talvolta il silenzio riesce a raccontare molto più delle parole.

