di Davide Sottocasa
Quando si parla di Etruschi in provincia di Varese, è facile cadere in un equivoco. Non si tratta di città etrusche, di necropolis monumentali o di un popolamento stabile.
L’archeologia ufficiale racconta un’altra storia, più sobria e più interessante: quella di una rete commerciale e culturale intensa, che per secoli ha collegato l’Etruria padana (e, più a sud, l’Etruria propria) con le comunità proto-celtiche della cultura di Golasecca, che occupavano proprio il territorio oggi compreso tra Ticino, Verbano e Prealpi varesine.
La cultura di Golasecca (IX-IV secolo a.C.) è il quadro di riferimento. Nasce dalla continuità con le fasi finali dell’età del Bronzo (Canegrate e Protogolasecca) e si sviluppa in un’area strategica: il punto in cui il Ticino esce dal Lago Maggiore, le colline subalpine, i percorsi verso i valichi del San Gottardo, del San Bernardino e dello Spluga. Qui i Golasecchiani controllavano le vie d’acqua e di terra che mettevano in comunicazione il mondo mediterraneo con l’Europa centrale hallstattiana e poi la Tène. Erano intermediari, non sudditi.
Le fonti archeologiche mostrano quattro fasi principali di contatto con l’ambiente etrusco, ricostruite da Casini e de Marinis. Nel corso dell’VIII secolo a.C. compaiono oggetti di prestigio che arrivano attraverso Bologna (Felsina) e, più a monte, da ambienti vetuloniesi: frammenti di cinturoni, vasi a stivaletto, bidenti e altri elementi che parlano di scambi di rango, forse doni utili ad attivare relazioni stabili. Nel VII secolo i contatti si concentrano nel distretto Castelletto Ticino–Golasecca–Sesto Calende.
Arrivano bacili bronzei orientalizzanti, kyathoi ceramici decorati, coltelli tipo Arnoaldi, kylikes in bucchero e ceramiche con motivi stampigliati che imitano produzioni felsinee. È in questo momento che appare anche la scrittura: l’alfabeto leponzio deriva direttamente dai caratteri nord-etruschi.
Nel VI secolo i contatti sembrano attenuarsi (forse in relazione all’apertura di altre rotte, come quella di Marsiglia), ma riprendono con forza tra la fine del VI e il V secolo. Ora il ruolo di distribuzione passa soprattutto a Como, mentre il vecchio nucleo di Golasecca-Sesto Calende conosce un declino demografico.
Circolano vasi bronzei etruschi e ceramica attica destinati, in parte, a proseguire oltre le Alpi. I Golasecchiani non sono più solo riceventi: producono anche imitazioni locali di bucchero e adottano usi sociali di matrice mediterranea, come il banchetto e la distinzione gentilizia dei corredi.
Nella provincia di Varese i ritrovamenti non raccontano insediamenti etruschi, ma proprio questi scambi. A Vergiate, nel 1913, nei pressi della chiesetta di San Gallo a Ronchi, emerse la celebre stele leponzia: un lastrone di micascisto con iscrizione sinistrorsa entro “rotaie”, databile alla fine del VI o agli inizi del V secolo a.C.
Il testo è celtico (leponzio), non etrusco, ma la forma della stele e l’alfabeto derivano chiaramente da modelli dell’Etruria settentrionale (area senese-volterrana di età orientalizzante). Giovanni Colonna e successivamente de Marinis hanno sottolineato come questo monumento dimostri l’elevato grado di specializzazione dei lapicidi locali e l’esistenza di un’aristocrazia golasecchiana che aveva interiorizzato pratiche culturali etrusche. La stele non prova la presenza di mercanti etruschi residenti, ma prova l’intensità dello scambio di idee e di tecniche.
Altri indizi sparsi ,ceramiche, frammenti di bucchero o di imitazione golasecchiana, oggetti metallici ,sono segnalati in varie località del Varesotto. Nella letteratura e nelle segnalazioni locali compaiono riferimenti a Vergiate, ad Ardena, a Bisuschio, a zone della Valganna e del territorio a nord di Luino. Non si tratta di “colonie”, ma di punti lungo le direttrici commerciali.
Il Lago Maggiore e le sue sponde fungevano da corridoio naturale. La cosiddetta “Via delle Genti”, ricordata nelle tradizioni locali e ripresa da studi e racconti sul territorio, coincide con percorsi antichi di transito dei mercanti lungo la sponda lombarda del Verbano, a quote medie, collegando i centri del basso lago con le vie verso la Svizzera e i passi alpini.
Lungo queste strade circolavano vino, ceramiche fini, oggetti in bronzo, e in cambio salivano verso sud o verso la pianura padana materie prime e prodotti del mondo transalpino (stagno, ambra, metalli). I mercanti etruschi (o i loro intermediari golasecchiani) non dovevano necessariamente stabilirsi. Bastava la rete di relazioni, i mercati stagionali, i doni diplomatici e il controllo dei nodi fluviali. L’Etruria padana, con centri come Bologna e poi le fondazioni lungo il Mincio, forniva il ponte verso nord.
Quando, intorno al 390-380 a.C., le invasioni galliche interrompono l’Etruria padana, anche questo circuito si riorganizza e la cultura di Golasecca si trasforma gradualmente sotto l’influsso di La Tène.
BELFORTE E IL RITROVAMENTO: l’urna che rivela i legami tra Golasecca e il mondo etrusco.
Raffaele Carlo de Marinis, archeologo autorevole, ci racconta così sull’urna di Belforte. È un’olla a forma di stamnos della fase Golasecca II A, databile tra il seicento e il cinquecentocinquanta avanti Cristo. È un vaso cinerario, usato per conservare le ceneri di un defunto. Fu scoperta nel 1913 a Belforte, frazione di Varese, durante lavori edili, ma non si sa esattamente dove o da chi.
Non ci sono dettagli sul corredo funebre né sul contesto. Poteva appartenere a un membro di una famiglia golasecchiana di rilievo sociale, influenzata dalle mode etrusche, dato che la forma a stamnos è un’imitazione di modelli etruschi o greci. Non è un reperto etrusco, ma una prova di contatti commerciali e culturali.






