SAN ROCCO E IL CANE CHE GLI PORTAVA IL PANE: UNA DEVOZIONE SECOLARE NEL VARESOTTO
Il pellegrino degli appestati, il misterioso cane che ogni giorno raggiungeva il suo rifugio e le tante chiese del Varesotto che ancora oggi raccontano l’antica paura della peste
VARESE – Un uomo vestito da pellegrino mostra una piaga sulla gamba. Accanto a lui c’è quasi sempre un cane, spesso raffigurato con un pezzo di pane in bocca.
È San Rocco, celebrato il 16 agosto e diventato nei secoli uno dei santi più popolari e riconoscibili della tradizione cristiana.
Ma perché proprio un cane?
Dietro quella presenza apparentemente secondaria si nasconde uno degli episodi più conosciuti della tradizione legata a San Rocco. La storia di un animale che, mentre gli uomini temevano di avvicinarsi all’appestato, continuava a raggiungerlo portandogli da mangiare.
Una storia tramandata per secoli che ha contribuito a rendere il cane inseparabile dall’immagine del santo.
E il culto di San Rocco ha lasciato tracce profonde anche nel Varesotto, dove chiese, oratori e cappelle testimoniano ancora oggi una devozione nata e cresciuta soprattutto nei secoli delle grandi epidemie.
Rocco, il pellegrino degli appestati
Ricostruire con precisione la vita di San Rocco non è semplice.
Le stesse fonti ecclesiastiche avvertono che non possediamo notizie certe su molti episodi della sua esistenza. Storia, tradizione religiosa e leggenda si sono sovrapposte nel corso dei secoli.
Secondo la biografia tradizionale, Rocco nacque a Montpellier, nella Francia meridionale, nel XIV secolo, probabilmente tra il 1345 e il 1350.
Rimasto orfano, avrebbe venduto i propri beni distribuendo il ricavato ai poveri e sarebbe partito pellegrino verso Roma.
Nel 1367, giunto ad Acquapendente, si trovò davanti alla peste.
E invece di fuggire decise di fermarsi.
Entrò nell’ospedale e cominciò ad assistere gli ammalati. Le antiche narrazioni gli attribuiscono numerose guarigioni miracolose.
Il pellegrinaggio continuò e Rocco proseguì la propria opera di assistenza.
Finché accadde ciò che probabilmente era inevitabile.
A Piacenza la peste colpisce anche lui
Nel 1371, secondo la ricostruzione tradizionale, Rocco si trovava a Piacenza, dove continuava ad assistere i malati.
Questa volta, però, fu lui a essere contagiato.
Il bubbone della peste comparve su una gamba.
Rocco si allontanò dalla città per non essere di peso agli altri e si ritirò in un luogo isolato.
L’uomo che aveva trascorso anni avvicinandosi agli appestati si trovò improvvisamente dall’altra parte.
Adesso l’appestato era lui.
Solo, malato e lontano dagli uomini.
Ed è qui che entra nella storia il cane.
Il cane che gli portava il pane
La tradizione racconta che un cane cominciò misteriosamente a raggiungere ogni giorno il rifugio di Rocco.
Non arrivava a mani – o meglio, a bocca – vuote.
Portava con sé un pezzo di pane.
L’animale lo prendeva dalla casa del proprio padrone e lo portava al pellegrino malato, permettendogli così di nutrirsi.
Il gesto si ripeté.
Un giorno.
Poi un altro.
Il cane continuava a prendere il pane e a scomparire.
Fino a quando il suo padrone si accorse di quello strano comportamento.
Gottardo segue il cane
Secondo la tradizione, il proprietario dell’animale era Gottardo Pallastrelli, un patrizio del luogo.
Incuriosito dalle continue fughe del cane con il pane, decise di seguirlo.
Fu così che arrivò al rifugio di Rocco.
Davanti a lui trovò un uomo ammalato di peste che viveva in isolamento.
Gottardo lo soccorse e, secondo la narrazione tradizionale, lo accolse fino alla guarigione.
Le fonti ecclesiastiche riportano proprio questo nucleo del racconto: il cane che quotidianamente porta il pane all’ammalato e il padrone dell’animale che, seguendolo, scopre Rocco e lo soccorre.
Non sappiamo invece come si chiamasse quel cane.
Alcune tradizioni molto più tarde gli hanno attribuito un nome, ma non esistono elementi sufficientemente solidi per considerarlo un dato storico.
Ed è forse meglio così.
Da secoli è semplicemente il cane di San Rocco.
Perché quel cane è diventato così importante
L’immagine possiede una forza straordinaria.
Rocco aveva scelto di avvicinarsi alle persone che tutti gli altri temevano: gli appestati.
Quando fu lui ad ammalarsi, dovette invece ritirarsi lontano dagli uomini.
E secondo la tradizione fu proprio un animale a continuare a raggiungerlo.
Per questo il cane è diventato inseparabile dall’iconografia di San Rocco.
Nelle statue, negli affreschi e nei dipinti possiamo riconoscere immediatamente il santo grazie ad alcuni elementi: l’abito del pellegrino, il bastone, la piaga sulla gamba e, ai suoi piedi, il cane.
Molto spesso con quel piccolo pezzo di pane ancora stretto tra i denti.
E San Rocco passa anche da Angera
La tradizione sulla vita del santo possiede poi un collegamento sorprendente con il nostro territorio.
Durante il viaggio Rocco sarebbe stato arrestato nei pressi di Angera, sul Lago Maggiore, perché scambiato per una spia.
Fu quindi condotto nel carcere di Voghera.
Qui sarebbe morto proprio un 16 agosto, in un anno compreso tra il 1376 e il 1379.
È necessario mantenere prudenza: anche questo episodio appartiene alla biografia tradizionale di un santo sulla cui vita le fonti certe sono limitate.
Resta però particolarmente suggestivo che Angera e il Lago Maggiore compaiano nel racconto degli ultimi anni di uno dei santi più venerati d’Europa.
Quando arrivava la peste si invocava San Rocco
Dopo la sua morte il culto di San Rocco conobbe una diffusione enorme.
Già dal XV secolo la sua venerazione si diffuse nell’Europa occidentale e successivamente in molte regioni italiane.
La ragione è facilmente comprensibile.
Per secoli la peste rappresentò una delle paure più terribili delle popolazioni europee.
Non si conoscevano ancora i reali meccanismi di trasmissione della malattia e le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate.
Quando arrivava l’epidemia si cercava quindi protezione anche nella fede.
E il pellegrino che aveva dedicato la propria vita agli appestati diventò uno dei principali santi invocati contro la peste.
Anche nel Varesotto.
San Rocco a Varese
Una testimonianza importante si trova nella stessa città di Varese.
In via San Cassiano esiste ancora la Cappella di San Rocco, che conserva antiche testimonianze pittoriche.
È una delle tracce della presenza del culto del santo nel territorio cittadino e si inserisce in una rete molto più vasta di edifici dedicati a Rocco disseminati nella provincia.
Perché uscendo da Varese il suo nome continua a comparire.
E compare spesso proprio nei luoghi che conservano la memoria delle antiche epidemie.
Somma Lombardo: San Rocco e la peste
Uno degli esempi più interessanti è Somma Lombardo.
Qui esisteva già nel primo Cinquecento una piccola cappella di campagna dedicata a San Rocco. Il Comune indica una preesistenza del 1529, mentre la documentazione parrocchiale segnala che nel 1524 un lascito testamentario dimostra che un edificio dedicato al santo esisteva già in quell’anno.
A partire dal 1576, per volontà della popolazione, intorno alla precedente cappella iniziò la costruzione di una chiesa più grande, come ringraziamento al santo per lo scampato pericolo della peste.
Ma la storia riservò all’edificio un destino ancora più significativo.
Durante la terribile peste del 1630, la Chiesa di San Rocco venne utilizzata come lazzaretto.
Il luogo dedicato al protettore degli appestati diventò quindi concretamente un luogo destinato ad accogliere i malati durante una delle epidemie più drammatiche della storia lombarda.
Anche Coarezza conserva la memoria
Pochi chilometri più lontano, nella frazione di Coarezza, troviamo un’altra Chiesa di San Rocco.
La sua costruzione viene fatta risalire al 1535.
Anche in questo caso il Comune di Somma Lombardo riferisce che l’edificio fu probabilmente utilizzato come lazzaretto durante la peste.
Nell’abside si conserva inoltre un affresco cinquecentesco nel quale compare naturalmente anche San Rocco.
Due piccoli edifici, dunque, nello stesso territorio comunale.
E due testimonianze di quanto il culto del santo fosse radicato nelle comunità locali.
Un’intera provincia sotto il nome di San Rocco
Somma e Coarezza sono soltanto due esempi.
Chiese, oratori o cappelle dedicate a San Rocco sono presenti in numerosi centri del Varesotto: da Azzate a Brunello, da Carnago a Castronno, da Gallarate a Cuvio, fino alle valli e alle sponde del Lago Maggiore.
A Malnate esiste un’antica cappella dedicata al santo.
A Tronzano Lago Maggiore troviamo un’altra chiesa di San Rocco.
E altre testimonianze sono disseminate nelle frazioni e nei piccoli centri della provincia.
Non possiamo naturalmente affermare che ogni singolo edificio sia stato costruito in conseguenza di una pestilenza: ogni chiesa possiede una storia diversa.
Ma nel loro insieme raccontano qualcosa di evidente.
Nel Varesotto la devozione a San Rocco fu profondissima.
Il cane con il pane, sei secoli dopo
Ed eccoci nuovamente al 16 agosto.
Sono trascorsi più di sei secoli dalle vicende attribuite al pellegrino di Montpellier.
Eppure basta entrare in una vecchia chiesa, osservare un affresco o fermarsi davanti a una statua per riconoscerlo immediatamente.
C’è Rocco.
Il pellegrino.
C’è la piaga sulla gamba.
E poi basta abbassare lo sguardo.
Ai suoi piedi troveremo quasi sempre un cane.
A volte guarda il santo. Altre volte tiene ancora tra i denti quel piccolo pezzo di pane.
È forse l’immagine più semplice di tutta la storia.
Ma anche quella che ha attraversato meglio i secoli.
Perché racconta che quando Rocco, dopo aver assistito gli appestati, divenne a sua volta un appestato e si ritrovò solo, qualcuno continuò ogni giorno a tornare da lui.
Era un cane.
Non sappiamo come si chiamasse.
Ma dopo più di seicento anni è ancora lì, accanto a San Rocco.
Anche nelle chiese e nelle cappelle del nostro Varesotto.

