Ferdinando II concesse alla famiglia Perabò il titolo regale di antica generosa nobile casata

Il 20 agosto 1630, a Ratisbona, l’imperatore Ferdinando II concesse alla famiglia Perabò il titolo regale di antica generosa nobile casata.

Le SPIGOLATURE VARESINE di Bruno Belli.

LE «CASE PERABO’» ED IL «CASINO DI CACCIA».

Dopo la caduta del «Contado del Seprio», mentre Varese diventava uno dei borghi principali del Ducato di Milano, fedele, quindi, dapprima ai Visconti, poi agli Sforza, alcune tra le famiglie più abbienti del borgo entrarono direttamente nell’amministrazione dello stesso: nacque così il «Comune». All’inizio del XIII secolo, un Perabò, il cui nome era Jacobus, fungeva da “reggente” del borgo di Varese. Era descritto come un uomo retto e saggio: «i savi giudizi da lui pronunciati nelle assemblee, meritavano di essere conservati e consultati anche dai posteri», scriveva nei «Cronica» l’Angelati. Quindi, nel XIV secolo, quando già si era mossa la macchina dell’inquisizione voluta dal pontefice Giovanni XXII contro i “ghibellini” della Lombardia superiore, sospettati di favorire i Visconti di Milano che, nel 1322 erano stati dichiarati «eretici manifesti», per la prima volta fu implicato un gruppo di nobili varesini tra cui proprio un «Jacobus et Johanninus Perabos», rimossi dalle cariche pubbliche con le citazioni del 12 aprile 1323 (Si veda Luigi Borri, «Documenti Varesini», 1891).

Cessate le persecuzioni inquisitorie del Santo Uffizio attorno al 1355, il borgo di Varese iniziò un periodo di prosperità economica che ebbe massimo splendore entro il XV secolo, quando i nobili Perabò erano ormai divenuti una delle famiglie più in vista, anche grazie al rituale ossequio alla Chiesa locale, come era consuetudine nell’etica del ceto patrizio, ed alla costante attenzione alle strutture pubbliche. Domenico Perabò istituiva, nel 1357, una «Cappellania» nella Chiesa di San Cristoforo e San Giacomo (Ricordo che la Chiesa di San Cristoforo confinava con l’antico Ospedale di San Giovanni Evangelista, ubicato grossomodo sul terreno che si estende dal Battistero a Piazza Marsala). Nel 1362, Primolo Perabò ne seguiva l’esempio, disponendo che ogni anno fosse elargito all’Ospedale un moggio di mistura (segale, o miglio).

Fu importante per elevare lo stato al patriziato della Casata Perabò la decisione di Giovannolo, detto Zolo, di istituire, il 27 luglio 1375, nella Collegiata di San Vittore, una «Cappellania» dedicata a Santa Maria Longa, situata al lato sinistro dell’altare maggiore della Basilica: questa munifica iniziativa avrebbe fruttato, nel 1630, un riconoscimento nobiliare da parte dell’imperatore Ferdinando II. Infatti, in virtù dell’esistenza di dette «Cappellanie», specie grazie a quella più autorevole nella Basilica di San Vittore, l’imperatore avrebbe concesso ai Perabò il titolo regale di antica generosa nobile casata, investitura che avvenne a Ratisbona, il 20 agosto 1630.
Considerata l’antica nobiltà della famiglia, Ferdinado II concedeva a Bernardo Perabò il privilegio di inquartare la sua arma con quella del genero Camillo Colombani. Lo stemma dei Perabò, con il rosso toro infuriato e le tre pere pendenti, fu posto in un riquadro dell’arma dei De Colombani, in rosso, accanto alla torre d’argento aperta, alla finestrata ed alla mattonata di nero, sormontata da due stelle di otto raggi d’oro blasone di questa famiglia patrizia milanese, come si riscontra nell’«Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana».
Giovannolo fu prodigo ancora con il borgo e con le castellanze tanto che, l’8 dicembre 1377, donò, con atto pubblico, un appezzamento di terreno in località «Ravanera», nel territorio di Biumo inferiore, ai Rettori dell’Ospedale per la costruzione di un oratorio, accanto all’ospedale stesso.

Contemporaneamente, s’iniziò la costruzione della casa che la famiglia avrebbe abitato e che, tra il XV ed il XVI secolo, avrebbe subito ampliamenti e ritocchi: se ne contano due complessi. Il primo, più vasto, considerato quello principale, vanta la celeberrima finestra in cotto; il secondo, più piccolo, è posto nell’angolo tra le attuali via Carlo Croce e Via Albuzzi e presenta un bel portale in sasso sormontato dallo stemma di famiglia e da due artistici rosoni laterali.

Nella casa “maggiore”, sono visibili, oltre alla celeberrima finestra in cotto del XV secolo, lo stemma del casato nell’acciottolato del cortile, in fondo al quale si trova la cosiddetta «Camera picta», un locale affrescato, restaurato di recente, del quale però non ne consociamo la destinazione storica.

Si tratta senza dubbio di un intervento del XVI secolo, quando la casata era nel massimo periodo di fasto: è un insieme di notevoli affreschi di sapore mitologico, dipinto sul soffitto a botte, nel quale Melpomene, la musa del bel canto e della tragedia, rappresenta il fulcro. S’ipotizza, per il luogo in cui è posta, nei pressi della torre oggi non più esistente, che questa camera fosse sede di un cenacolo culturale voluto dai Perabò, espressione di una raffinata cultura che dimostra come, accanto al proliferare di Chiese e di Conventi, la cultura non a Varese fosse soltanto appannaggio dei religiosi.

Sempre antica proprietà della famiglia era il «Casino di Caccia», o «Villa Perabò», oggi all’interno del Parco dell’Istituto de Filippi. Eretto nel XVI secolo, contiene una preziosa sala affrescata (restaurata nel 1972) che presenta immagini molto interessanti, che ritraggono scene di caccia e di convivio paesano, dipinte con netto sapore nordico, senza dubbio sotto l’influenza dei Fiamminghi. Non sappiamo se l’autore fosse, appunto, un pittore proveniente dalle Fiandre, oppure un artista locale che fosse stato in contatto con qualche maestro della famosa scuola.
Bruno Belli