di Elisa Bortoluzzi Dubach
L’eredità di un uomo forte
Alberto Longoni, ingegnere, nato il 17 settembre 1897 a Seregno, era un uomo integro e solido. La sua vita non ha bisogno di abbellimenti: basta raccontarla per cogliere la sua forza naturale, sobria, mai esibita. In lui convivevano rigore e umanità, mai trasformati in posa o compiacimento.
Un’infanzia lontana da casa
La sua infanzia fu segnata da un distacco precoce: fu mandato giovanissimo in collegio a Gorla Minore, con le sue regole rigide, il cibo “difficile” e la messa quotidiana, che gli rimase addosso come un’imposizione più che come un rito. Di quegli anni ricordava soprattutto la nostalgia per la madre, adorata e dal carattere complesso, con cui mantenne sempre una relazione fatta di affetto e distanza. E ricordava il cugino Augusto, che per lui fu un punto fermo: non solo un parente, ma il fratello che non aveva. Senza di lui, diceva, avrebbe resistito a metà.
La guerra e il peso degli anni troppo presto adulti
A diciott’anni la guerra lo strappò ai libri. Le sue memorie erano crude: fango, fame, paura, e quel gesto che gli rimase inciso come una cicatrice morale. Il suo capitano Gulielminetti, di soli vent’anni, durante un attacco, lo protesse con il suo corpo, ma fu attraversato dalla pallottola destinata a lui e morì. Alberto non raccontava l’episodio con enfasi, ma con un pudore che lo rendeva ancora più potente, e tenne in salotto una foto del capitano per tutta la vita. La ritirata di Caporetto gli lasciò addosso un sigaro fumato per disperazione, il primo di una lunga serie. Da allora la sigaretta divenne parte del suo modo di stare al mondo: un tratto intellettuale, quasi un segno di identità.
Gli studi, Milano, e un incontro che cambiò tutto
Finita la guerra, il Politecnico di Milano fu per lui un ritorno alla vita. Lì trovò amici che sarebbero rimasti compagni di strada per tutta la sua esistenza. E proprio a Milano incontrò Alice Clajus, una giovane cantante lirica tedesca, venuta in Italia per imparare la lingua e guarire da un amore finito male. Non cercava nessuno, ma Alberto aveva la qualità rara degli uomini che non si impongono: convincono. Per lei fu un principe azzurro senza fiaba, concreto e luminoso. Si sposarono, ebbero due figlie, Stefania e Susanna, e costruirono una famiglia che attraversò guerre, difficoltà, e un fascismo che Alberto guardò sempre con occhio critico. Alice aiutò un amico ebreo a fuggire; Alberto, ricevuto il fascio, lo gettò nel water. Eppure, quando fu richiamato, tornò a combattere come capitano degli Alpini, corpo che amò al punto da partecipare alle sfilate fino a quando il fisico glielo permise appena.
Un uomo che non ostentava mai ciò che era
Alberto era curato in modo impeccabile: camicie bianche con monogramma, dopobarba discreto, eleganza serale come se ogni notte fosse l’occasione di un incontro in società. La sua biblioteca, fitta di volumi rilegati in pelle, aveva quel profumo secco e inconfondibile della carta antica. Fra quegli scaffali dominavano i grandi francesi: Zola, Balzac, Victor Hugo, compagni di lettura che lo accompagnarono per tutta la vita. La musica lirica era il suo rifugio: alla Scala, d’inverno, ritrovava un mondo che parlava la sua lingua. Lavorò in uno stabilimento industriale milanese fino a 56 anni. Quando il consiglio d’amministrazione prese una decisione che non condivideva, si dimise. Rinunciò alla liquidazione e la donò agli operai. Un gesto che non raccontò mai come eroico, perché per lui era semplicemente giusto. Era un liberale convinto.
Le case, le estati, la generosità che non cercava testimoni
D’inverno viveva a Milano, in Via Melzi d’Eril, in un appartamento al settimo piano con vista splendida. D’estate si trasferiva a Sant’Ambrogio, in Via Bicocca, dove la quotidianità si riempiva di nipoti, amici, visite, giardino, affitti da predisporre con un senso di equità che oggi sembra quasi impossibile. Gli affitti delle sue proprietà milanesi, finché se ne poté occupare personalmente, si regolavano sulle possibilità dell’inquilino. Chi non aveva mezzi, pagava meno. Chi aveva bisogno, trovava una mano. Sempre in silenzio. Sostenne per anni i parenti della moglie, accolse una nipote come fosse sua figlia, aiutò la chiesa, i poveri, il paese. Mai un annuncio, mai un vanto.
Il nonno che trasformava il mondo in fiaba
Per i nipoti era un incantatore. Le fiabe nel lettone d’estate erano un rito: “Pinocchio”, “I tre porcellini”, ma soprattutto la storia del tesoro in giardino. Una porta nascosta nel giardino della casa di campagna, un pipistrello da scuotere tre volte, sale piene di smeraldi, zaffiri, rubini, diamanti. Le chiavi che consegnava alla nipote Elisa erano vecchie chiavi qualunque, ma lei le ha portate con sé per tutta la vita. Non erano oggetti: erano promesse. I suoi quiz –come indovinare il nome del misterioso pangolino– tenevano impegnati i nipoti per settimane. Erano tempi senza internet, ma con un nonno così non serviva.
Le ombre che nessuno allora sapeva vedere
Alberto aveva collere improvvise, che svanivano come erano nate. Chi lo conosceva davvero sapeva che non erano durezza reale: erano ferite antiche, mai curate. Due guerre, morti, feriti, un incidente ferroviario terribile. Allora nessuno parlava di trauma, ma lui lo portava addosso come un peso invisibile. Le sue collere si spegnevano lasciandolo triste, spesso disinnescate da un gesto di tenerezza. Bastava che sua nipote Elisa confessasse una marachella perché la sua ira si dissolvesse all’istante.
L’ultimo tratto di strada
Anche da vecchio sopportò con stoico coraggio, persone che lo misero alla prova: litigi inutili, pretese di chi voleva avere ragione a ogni costo, toni eccessivi, e che talvolta, negli ultimi anni, ebbero il sopravvento grazie alla maggiore energia della giovinezza. Non rispose mai con cattiveria: resisteva. Morì come aveva vissuto: con integrità. Un arresto cardiaco nell’ascensore di Via Melzi d’Eril, un tentativo di rianimazione, il tubo strappato con un gesto che sembrava di dire “basta”. Poco prima aveva discusso con un contabile: era ancora pienamente sé stesso. Lasciò il genero Emilio, rianimatore, un figlio per lui, in lacrime nell’ambulanza per quel viaggio senza ritorno.
Che cosa resta di lui
Resta la sua capacità di creare atmosfere.
Resta la sua bontà profonda, mai esibita.
Resta il coraggio, la cultura, l’ironia.
Resta il profumo del dopobarba, le camicie bianche, la sigaretta tra le dita.
Resta il tesoro in giardino, che non era fatto di pietre preziose ma di immaginazione, fiducia, amore.
E resta, soprattutto, ciò che ha lasciato a chi lo ha incontrato davvero: un’eredità che non si misura in beni, ma nella sua capacità di restare, anche dopo, nelle vite che ha toccato.
