Dove dormivano i soldati ?

di Lorenzo Frascotti

Nella prima metà del Seicento il Varesotto vide transitare reparti spagnoli, tedeschi, italiani e svizzeri diretti verso i molti fronti della monarchia di Spagna. Il problema era concreto: giunta sera, uomini e cavalli dovevano pur dormire da qualche parte.

Le caserme moderne non esistevano e accamparsi non era la soluzione abituale per le truppe in marcia. Toccava quindi alle comunità distribuire gli ospiti: gli ufficiali nelle case dei benestanti, i soldati nelle abitazioni dei contadini e i cavalli nelle stalle accanto a vacche, buoi e capre. Non era cortesia, ma un obbligo.

Sulla carta i militari avrebbero dovuto pagare buona parte del proprio mantenimento con la paga. Questa, però, arrivava tardi e spesso i soldati ripartivano senza saldare il conto. Le famiglie anticipavano pane, vino, legna, fieno e un letto, sopportando inoltre furti, danni e modi non proprio da educande. C’era anche il contagio: Luigi Borri ricorda soldati tedeschi «sudici e malati» e a Varese gli oggetti venuti a contatto con loro dovevano essere «purgati» o distrutti.

Il fenomeno coinvolse moltissime comunità, non solo Varese: negli stessi decenni le carte registrano alloggiamenti a Comabbio, Cazzago, Carnago, Cadrezzate, Osmate, Cocquio e in molti altri paesi. Le cifre di Varese, però, danno l’idea. Fra il 9 e l’11 novembre 1600 transitarono per Varese 4.200 svizzeri diretti in Savoia al servizio del re di Spagna, a fronte di una popolazione nell’ordine dei 5-6.000 abitanti. Giulio Tatto annotò, quasi con sollievo, che pagarono vitto e alloggio. Nel luglio 1610 il borgo ospitò invece 300 tedeschi: secondo Luigi Borri la comunità spendeva quasi 400 lire al giorno, anticipando il denaro e ripartendo il peso fra i maggiori contribuenti.

Partiti i soldati, cominciava la guerra delle ricevute. Il Comune raccoglieva le spese per cibo, fieno, legna, danni e furti, poi spediva un procuratore agli uffici finanziari di Milano. La pletorica burocrazia spagnola impiegava anni a riconoscere il credito e non sempre il rimborso arrivava in denaro: poteva essere scalato dalle imposte dovute oppure recuperato attraverso l’«egualanza», il conguaglio che redistribuiva le spese fra le comunità. Gli spagnoli, infatti, erano sempre a corto di contanti, nonostante dissanguassero il Ducato di Milano a suon di tasse.

I tempi erano tanto lunghi che quei crediti potevano essere ceduti a terzi o donati alla chiesa del paese. A volte, invece, a passare agli eredi erano i debiti contratti per ospitare i soldati: le truppe se n’erano andate, il conto no.

Nel corso del secolo si diffusero così le «case herme»: case disabitate, prese in affitto e arredate alla meglio per tenere le truppe fuori dalle abitazioni private. Il mantenimento restava a carico delle comunità, ma almeno il soldato di passaggio non dormiva più accanto al padrone di casa – e soprattutto a moglie e figlie. Un progresso modesto, che allora dovette sembrare enorme.

Quello che può sembrare un fatto curioso e a tratti tragicomico fu in realtà uno dei fattori determinanti che spinsero il Varesotto nella spirale di crisi e, in particolare, al progressivo immiserimento delle sue aree rurali.