Sei millenni di olio di lino. Dal lago di Varese alle tele dei fiamminghi

di Davide Sottocasa

C’è un’isola nel lago di Varese che si chiama Isolino Virginia. È piccola, tanto piccola che da riva sembra una macchia d’erba sull’acqua.

Eppure è lì che comincia tutto.

Nel 2018 gli archeologi prelevarono otto carotaggi dal sedimento, e quando li aprirono trovarono circa quindicimila resti vegetali: grano nudo, orzo, papavero, e quasi intatto, non carbonizzato, come se qualcuno l’avesse messo da parte con cura,il seme di Linum usitatissimum. Lino.

Sei millenni e mezzo fa, i primi agricoltori di queste terre lo coltivavano già.

Lo studio, firmato da Bigna Steiner, Ferran Antolín, Raül Soteras, Mauro Rottoli e Daria Banchieri, lo pubblicò nel 2024 su Springer: l’Isolino Virginia è il più antico insediamento palafitticolo ben conservato di tutto l’arco alpino, datato tra il 4950 e il 3500 avanti Cristo, patrimonio UNESCO dal 2011.
Le acque del lago fecero ciò che la terra non poteva fare: conservarono.

Da lì il filo si tende, e non si spezza mai più.
Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, chiamava il lino la fibra più nobile dopo la seta. Ma era il seme a nascondere un tesoro che Plinio stesso conosceva bene: un olio che, esposto al sole, non restava liquido. Polimerizzava. Formava una pellicola impermeabile all’acqua e traspirante al vapore la proprietà esatta di cui aveva bisogno chi voleva proteggere il legno senza soffocarlo.
I monaci medievali lo sapevano.
Theophilus Presbyter, nel dodicesimo secolo, scrisse nella Schedula diversarum artium come estrarre quell’olio dai semi per legare minio e cinabro sulle porte delle chiese: è una delle prime menzioni scritte di pittura a olio in assoluto. Due secoli dopo Cennino Cennini, nel suo Libro dell’Arte, riprese la ricetta toscana,olio cotto al sole o bollito, macinato con i pigmenti, steso su muro trattato con colla e uovo. Eraclio e il Compendium artis picturae, conservato alla Biblioteca Reale di Bruxelles, confermano la stessa tradizione.

L’olio di lino non era un accessorio della pittura europea: era il suo legante, per secoli.

Poi c’è la Lombardia. Nel 1855 Gaetano Cantoni pubblicò il Trattato completo di agricoltura, e nel secondo volume dedicò un intero capitolo al linum usitatissimum nelle province di Pavia, Lodi, Crema, Cremona, Piacentino e Lomellina.
Non nomina il Varesotto, ma descrive un’agricoltura che si estendeva a nord:
terreni irrigui, clima umido, rotazioni in cui il lino seguiva la spianata e precedeva miglio o quarantino. Due varietà ,il ravagno seminato in autunno, il linetto a marzo. Centotrenta, centocinquanta chili di seme per ettaro. Dai semi si estraeva il ventotto per cento di olio. Il residuo, il tortello, ricco del sei per cento di azoto, tornava ai buoi come ingrasso. Fibra per i tessuti, olio per pittura e vernici, panello per il bestiame: un’economia circolare prima che esistesse il nome.

E qui il racconto scende lungo un fiume.L’Olona.

Lungo le sue sponde, nel 1608, si contavano 116 mulini ,fra cui diversi torchi da olio. Nel 1772 erano 106. Nel 1881, 55, con le ruote da acqua scese da 424 a 170.
A Castellazzo, frazione di Fagnano Olona, il mulino Bosetti era già censito come mulino Visconti nella relazione dell’ingegner Raggi del 1772, e di fronte c’era l’oleificio Salmoiraghi.

Nel 1873 Giuseppe Salmoiraghi, residente a Castellanza, venne multato per uso abusivo della macina per semi.
Poco più a monte, il Filatoio di Seta Maggi era sorto nel 1819, ampliato nel 1840, chiuso nel 1875:
i Fratelli Salmoiraghi lo rilevarono e lo convertirono in stabilimento per la spremitura di semi oleosi. L’attività andò avanti fino al 1930.
Sulla sponda opposta della roggia molinara c’era l’oleificio vero e proprio, che frangeva i semi con la forza dell’acqua,rapporti e demoltipliche adeguavano la rotazione degli assi all’afflusso controllato da chiuse e grate.

Andrea Ponti, l’industriale che nel 1842 aveva acquistato quel mulino con quasi quaranta pertiche di prati da Francesca Tanzi Visconti, e che pochi anni dopo ne aveva chiesto la trasformazione in casamento con servizio di sbianca e frangia d’olio, nel 1856 fece costruire una ponticella d’ingresso al frantoio. È lo stesso Ponti che ribattezzò l’Isolino Virginia in onore della moglie.
Tre fili, una sola famiglia.

Perché finì? Le cifre rispondono da sole:

nel 1881 i mulini erano già la metà di quelli del 1608. L’industrializzazione spostava la produzione verso oli minerali, oli raffinati in grandi stabilimenti, vernici sintetiche.
Il torchio ad acqua di Fagnano resistette più a lungo degli altri proprio perché era piccolo, locale, legato a una domanda artigianale che piano piano svaniva.
Ma l’olio di lino non morì: cambiò mestiere.
Dalle porte rosse medievali passò alle tele dei fiamminghi,Van Eyck non lo inventò, lo ereditò e da lì alle vernici dei liutai cremonesi, che nel Cinquecento lo mescolavano a colofonia e mastice per proteggere i loro strumenti. Ancora oggi, nei laboratori di restauro, è il legante di riferimento. E c’è il linoleum: olio di lino ossidato, la linosina, impermeabile, lavabile, considerato battericida ,il bacillo di Eberth moriva in quattro giorni sopra di esso.

Nel 1936, sotto le sanzioni di Ginevra, fu indicato come pavimentazione nazionale ideale per sostituire il rovere slavo importato.
Dai semi neolitici alle vernici fiamminghe, da Fagnano a Biandronno: l’oro giallo dei campi varesini ha attraversato seimila anni senza mai spegnersi del tutto.

Davide Sottocasa

Fonti:
1. ⁠Steiner B.L., Antolín F., Soteras R., Rottoli M., Banchieri D.G. (2024). Isolino Virginia (Lake Varese, Italy): New Archaeobotanical Research at the Earliest Pile-Dwelling of the Circumalpine Area. In Prehistoric wetland sites of Southern Europe. Springer. DOI: 10.1007/978-3-031-52780-7_16.
2. ⁠Antolín F., Martínez-Grau H., Steiner B.L., Follmann F., Soteras R., Häberle S., Prats G., Schäfer M., Mainberger M., Hajdas I., Banchieri D.G. (2022). Neolithic occupations (c. 5200-3400 cal BC) at Isolino Virginia. Journal of Archaeological Science: Reports 42, 103375.
3. ⁠Banchieri D.G., Rottoli M. (2009). Isolino Virginia: una nuova data per la storia del papavero da oppio. Sibrium XXV, pp. 31-49.
4. ⁠Theophilus Presbyter. Schedula diversarum artium (ca. 1100-1120). Capitolo XX. Edizione Hendrie, J. Murray, 1847.
5. ⁠Cennini, Cennino d’Andrea. Il libro dell’arte (ca. 1390). Capitoli XCI-XCIV. Edizione Milanesi, Firenze 1859.
6. ⁠Cantoni, Gaetano. Trattato completo di agricoltura (Milano, Vallardi, 1855). Volume II, capitolo Del Lino. Wikisource.
7. ⁠Insubria-Olona. Il mulino Bosetti-Salmoiraghi a Fagnano Olona.
8. ⁠Wikipedia. Mulini ad acqua sul fiume Olona. Relazioni Raggi 1772 e Barca 1606.
9. ⁠Mills, John e White, Raymond (1980). Analyses of Paint Media. National Gallery Technical Bulletin Vol. 4, pp. 65-67.
10. ⁠Gabrieli, Bernardo Oderzo. Il trattato di Teofilo come testimonianza della storia dell’origine della pittura ad olio. Rivista Open CAP-Cult, Università di Macerata.