Famedio, verità storica e “giochi” politici

Il commento di Andrea Bortoluzzi

Degna di nota e sicuramente positiva l’idea di dare a Varese un luogo della memoria, come il famedio cittadino.

Ma una città priva di memoria storica tale rimane anche se si dota di un famedio. Che altro non è che un elenco di nomi se la storia di ciascuna delle persone nominate non è mai stata scritta. E le storie non si costruiscono sui sentito dire, ma a partire dai documenti.

Forse sarebbe stato bene, prima di dotare la città di un famedio, incoraggiare lo studio della storia locale, a partire dai documenti che si trovano negli Archivi e offrono al ricercatore la viva testimonianza della vita e delle opere delle persone. Senza documenti non c’è storia e la storia priva di appoggi documentali non consente di stabilire la verità. Così facendo si offre il fianco alla possibilità di mettere delle persone alla mercè dei giochi partitici che non distinguono i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalla assoluzioni come scrive oggi su “Domani” Michela Ponzani.

Il famedio diventa così l’occasione per un macabro gioco per chi decide di issare o buttar giù dalla torre vite di uomini a seconda degli umori del momento con contorno di ring mediatico, curiosi a spasso serale, famigliari abbagliati da gloria fugace.

E a loro, ai politici seduti sugli scanni di Palazzo Estense, non pare vero di poter esercitare, votando, la loro controstoria: facendo del qui e ora l’esercizio di un potere che come purtroppo spesso accade misura una distanza senza tempo dalla vita dei cittadini. Illustri o ignoti che siano.