Varese cambia nome alle strade, ma chi custodisce la memoria?

A Varese la storia passa anche dai cartelli stradali. Da sabato 31 ottobre il tratto di Casbeno che collega viale Monte Rosa a via XXV Aprile porta il nome di Gino Strada. Proprio qui, al civico 26 di viale Monte Rosa, ha sede il Partito Democratico. La nuova intitolazione sostituisce quella dedicata a padre Reginaldo Giuliani, sacerdote domenicano, fascista convinto, cappellano delle Camicie Nere e volontario nella guerra d’Etiopia, dove morì nel 1936.

Mettere al posto di un religioso che aveva fatto propria l’ideologia fascista il nome del fondatore di Emergency, che ha dedicato la vita a curare le vittime dei conflitti, è una scelta che ha una sua evidente forza simbolica. Ma è proprio il valore simbolico delle intitolazioni a rendere necessario interrogarsi su un tema più ampio: chi decide quali persone meritino di entrare nella memoria collettiva e quali, invece, debbano uscirne?

Varese ha già attraversato una stagione di riscrittura della propria toponomastica. Dopo la Liberazione, i nomi legati al regime furono progressivamente sostituiti: via Adua diventò via Felice Cavallotti, via Balilla fu dedicata a Elvio Copelli, via Fasci di Combattimento a Evaristo Trentin, viale delle Vittorie a via XXV Aprile. Una scelta che rispondeva alla necessità di prendere le distanze da un passato politico e da un regime appena caduto.

Oggi il tema si ripropone sotto una luce diversa. Il revisionismo storico non coincide necessariamente con la rimozione di un nome fascista: può manifestarsi anche nella pretesa di giudicare ogni epoca esclusivamente attraverso i valori del presente, selezionando ciò che merita di essere ricordato e ciò che è meglio espellere dallo spazio pubblico. Il rischio è che la memoria diventi una contesa permanente, nella quale ogni maggioranza, o ogni stagione politica, si senta autorizzata a correggere quella precedente. Rimuovere un’intitolazione non cancella la storia, ma nemmeno può sostituire il lavoro necessario per comprenderla.

C’è infine un dettaglio normativo. La legge 1188 del 1927 prevede che per intitolare una strada a una persona debbano trascorrere almeno dieci anni dalla sua morte. Gino Strada è scomparso nell’agosto 2021: il termine non era ancora maturato. Per arrivare comunque all’intitolazione è stato necessario ricorrere a una deroga del Prefetto. Una procedura legittima, dunque, ma che rappresenta comunque una forzatura rispetto alla regola generale fissata dalla legge.

Le targhe raccontano le scelte di chi le ha volute, ma anche le stagioni politiche in cui sono maturate. Cambiarle fa parte della storia di una città. Il punto è capire se, ogni volta, si aggiunge un tassello alla memoria oppure se si finisce per sostituirne uno con un altro, lasciando fuori tutto ciò che non coincide con il presente. Anche i nomi scomodi raccontano da dove veniamo. E cancellarli non significa aver fatto i conti con la storia.