Papa Giovanni Paolo II visitava il Sacro Monte di Varese

Ci sono figure che, per statura morale, forza del carattere, traiettoria biografica e impatto sulla storia del mondo, travalicano i confini del proprio tempo. Karol Józef Wojtyła è una di queste. Nasce il 18 maggio 1920 a Wadowice, cittadina della Piccola Polonia, a meno di cinquanta chilometri da Cracovia.
Il suo nome di battesimo, per tutta l’infanzia, viene abbreviato con affetto in “Lolek”: è un dettaglio che sembra minimo, ma lega immediatamente la figura del futuro papa alla dimensione più semplice e concreta della vita: l’amicizia, la famiglia, la comunità. Dentro quella infanzia, tuttavia, si muove già il dramma della storia. Wojtyła cresce in una Polonia che ha appena riconquistato l’indipendenza, ma che presto sarà travolta di nuovo dal buio della guerra, dal nazismo e dal comunismo. Quegli anni formano una coscienza: Giovanni Paolo II sarà sempre, nella sua predicazione, l’uomo che ha visto da vicino il totalitarismo e che, proprio per questo, non ha mai considerato negoziabile la libertà dell’uomo. Quando il 16 ottobre 1978 viene eletto Papa, il mondo rimane sorpreso: non solo il primo polacco della storia sul soglio pontificio, ma il primo papa non italiano dopo 455 anni, dai tempi di Adriano VI. L’effetto geopolitico di quella elezione, nell’anno dell’elezione di John Paul II, è enorme. Da lì in avanti, il pontificato di Wojtyła sarà uno dei più lunghi e influenti del Novecento: oltre 26 anni. La sua visione teologica è rigorosa, tradizionale sul piano della morale e della dottrina, ma al tempo stesso sorprendentemente moderna nella forma della presenza pubblica: un papa “di popolo” che parla alle folle, alle piazze, ai giovani. I suoi 104 viaggi apostolici sono una cifra senza precedenti: nessun altro pontefice, nella storia della Chiesa, aveva percorso fisicamente – chilometro dopo chilometro – il mondo intero in quel modo. Eppure, quell’enorme mobilità non è spettacolo: è una forma integrale di missione e di comunicazione. Fu lui a creare le Giornate Mondiali della Gioventù: un modo per dire ai giovani – non con teoria ma con presenza fisica – “voi siete parte viva della Chiesa oggi, non domani”. È noto anche per la sua posizione sulla teologia della liberazione e sui rapporti tra religione ed economia: rifiuta gli innesti ideologici del marxismo nella pastorale latinoamericana, ma critica duramente il capitalismo quando diventa sistema che genera consumismo, disuguaglianze e mercificazione dell’uomo. È un pontefice che tiene insieme due verità: la libertà è necessaria, ma non basta da sola – serve anche giustizia. Il suo pontificato, per molti, è simbolo di un’epoca che finisce: l’ultimo papa che ha vissuto sulla propria pelle la guerra mondiale, e uno dei protagonisti indiretti – ma cruciali – del crollo dei regimi dell’Est europeo. Fu canonizzato il 27 aprile 2014, da Papa Francesco, insieme a Giovanni XXIII. E nella memoria italiana, e soprattutto varesina, Giovanni Paolo II è legato anche a un’immagine molto precisa e molto forte: il 2 novembre 1984 visita il Sacro Monte di Varese. Una pagina che lega per sempre un papa “di montagna”, amante dello sci, del trekking, dell’alpinismo, alla montagna sacra di una terra italiana che ha il sapore della storia e della fede. Quella fotografia, scattata qui, il 2 novembre 1984, nel nostro territorio, ricorda che anche le grandi biografie attraversano luoghi concreti: e che la storia non vive soltanto nelle enciclopedie, ma passa – letteralmente – sui nostri sentieri.