Bandirali in mostra alla Showcases Gallery

Le nove opere di Antonio Bandirali alla Showcases Gallery di Varese trasformano il tema del disagio mentale in una riflessione sulla condizione umana, sul rapporto con il pianeta e sulla responsabilità collettiva della cura

Ci sono fragilità che talvolta si preferisce non vedere: quelle che incontriamo negli occhi di chi attraversa un momento difficile, nei silenzi di chi si ritira dal mondo, nelle solitudini che abitano le nostre città. E ce ne sono altre, altrettanto evidenti eppure spesso ignorate, che appartengono alla Terra: un pianeta ferito, sottoposto a trasformazioni profonde, che sembra restituirci, attraverso le sue ferite, l’immagine delle nostre stesse inquietudini.

È proprio in questo territorio di corrispondenze, dove la dimensione individuale incontra quella collettiva e la fragilità umana si intreccia con quella ambientale, che si sviluppa il progetto artistico di Antonio Bandirali, «Disagio mentale – Dalla solitudine alla relazione», in mostra dal 2 al 30 novembre 2026 alla Showcases Gallery di Varese.

Nove opere, sei collocate negli spazi espositivi di via Felice Cavallotti e tre in via San Martino della Battaglia, compongono un percorso visivo che invita a interrogarsi su una delle questioni più delicate e urgenti del nostro tempo: il disagio mentale, osservato non come una condizione da esibire, né come una diversità da compatire, ma come una dimensione dell’esperienza umana che chiama in causa tutti noi.

Il titolo suggerisce già una direzione: dalla solitudine alla relazione, un passaggio che non riguarda soltanto chi vive una condizione di fragilità, ma anche una società che sembra avere progressivamente smarrito la capacità di ascoltare, attendere, comprendere. Perché la solitudine non è sempre una scelta individuale, talvolta è il risultato di uno sguardo che si ferma alla superficie, di una comunità che fatica ad accogliere ciò che non riconosce come familiare.

Bandirali costruisce il suo racconto per immagini, senza imporre risposte, ma aprendo domande. Il percorso prende avvio dal tempo, elemento profondamente legato alla vita interiore di ciascuno: ogni persona possiede un proprio ritmo, una propria misura dell’attesa e della possibilità. Accompagnare qualcuno significa allora saper rispettare anche ciò che non accade immediatamente, accettare i silenzi, riconoscere che non tutte le esistenze procedono secondo la stessa scansione.

È una riflessione tutt’altro che marginale in una contemporaneità che misura tutto attraverso la velocità, la prestazione e l’efficienza. Anche la sofferenza sembra dover rispondere a una richiesta di immediatezza: essere riconosciuta, spiegata, possibilmente risolta. Ma la dimensione umana non obbedisce a protocolli temporali, ci sono ferite che chiedono ascolto prima ancora di chiedere una soluzione.

Nelle immagini di Bandirali lo spazio interiore comincia progressivamente ad aprirsi: le teste si dischiudono, compare il cielo, il mare si trasforma in orizzonte e respiro. È come se la mente, da luogo percepito come chiuso e inaccessibile, tornasse a essere uno spazio attraversabile, capace di accogliere nuove prospettive. Una finestra che si apre non cancella ciò che è accaduto, ma restituisce la possibilità di guardare oltre.

Ed è qui che il progetto compie uno dei suoi passaggi più significativi: il disagio dell’individuo incontra quello del pianeta. La Terra ferita, l’isolamento, l’incertezza e la perdita di riferimenti diventano elementi di una medesima riflessione sulla qualità della vita contemporanea.

Non si tratta semplicemente di accostare due temi, quello della salute mentale e quello ambientale. Il legame proposto è più profondo: ci invita a riconoscere quanto l’essere umano sia inseparabile dal mondo che abita. Non esiste un equilibrio interiore completamente estraneo all’ambiente, così come non può esistere una relazione autentica con il pianeta senza una rinnovata consapevolezza della nostra vulnerabilità.

La fragilità, in questa prospettiva, smette di essere un limite da nascondere e diventa una condizione da riconoscere. Forse è proprio da questo riconoscimento che può nascere una diversa idea di cura: non soltanto intervento, assistenza o trattamento, ma attenzione, responsabilità, relazione.

Gli occhi e i volti che attraversano le opere sembrano rivolgere allo spettatore domande scomode: chi guarda chi? Chi decide cosa sia normale? E soprattutto, quanto del nostro giudizio sull’altro nasce dalla sua effettiva condizione e quanto, invece, dalla nostra difficoltà ad accogliere ciò che non comprendiamo?

Sono interrogativi che spostano il centro della riflessione. Non è soltanto la persona fragile a dover essere compresa: è la società intera che deve imparare nuovamente a vedere. Perché una persona non coincide con il proprio disagio, così come una ferita non può esaurire il significato di un’esistenza.

Il percorso si apre infine alla speranza. Un libro aperto e una penna in attesa suggeriscono che nessuna storia umana sia definitivamente scritta. Medicina, scienza, cultura, arte e tecnologia possono offrire strumenti straordinari, ma nessuno di essi può sostituire il primo gesto della cura: riconoscere nell’altro una persona, prima ancora di riconoscerne la difficoltà.

La riflessione trova la sua sintesi ideale nel monumentale «Manuale delle Cure Mentali», un libro simbolicamente ancora da scrivere. Una grande mano impugna una matita e sembra consegnarla a tutti noi. È un’immagine che contiene un messaggio preciso: la costruzione di una società più consapevole, capace di accogliere la fragilità senza trasformarla in stigma, non è un compito delegabile esclusivamente agli specialisti. È una responsabilità collettiva.

Anche la scelta della sede espositiva assume, in questo senso, un significato particolare: la Showcases Gallery, progetto sviluppato dallo Studio di Architettura di Franco Crugnola, si presenta come una galleria diffusa, inserita nel tessuto urbano e visibile ventiquattro ore su ventiquattro, ogni giorno dell’anno. Non uno spazio culturale separato dalla vita quotidiana, ma un luogo che porta l’arte incontro alle persone, intercettando lo sguardo di chi passa, anche senza aver programmato una visita.

Una scelta coerente con il senso stesso della mostra: portare un tema spesso confinato negli ambienti specialistici dentro la città, nello spazio condiviso, là dove le relazioni prendono forma e dove la cultura può diventare occasione di consapevolezza.

Anche il percorso di Antonio Bandirali riflette questa tensione verso la conoscenza e la ricerca. Artista, ricercatore e visionario, Bandirali ha costruito la propria esperienza sul dialogo tra arte, scienza, natura e tecnologia, esplorando linguaggi e strumenti capaci di ampliare le possibilità dello sguardo. Da cinque anni ricopre il ruolo di segnalatore critico per l’editore Giorgio Mondadori per il Catalogo dell’Arte Moderna (CAM); dal 2016 è presidente del Circolo degli Artisti di Varese ed è responsabile del settore Arti Visive dell’Associazione Culturale Europea nell’ambito del JRC di Ispra della Commissione Europea. La sua ricerca si confronta oggi anche con l’Intelligenza Artificiale, intesa come ulteriore territorio di sperimentazione, al servizio della creatività umana e non in sua sostituzione.

Una ricerca costante, quella di Bandirali, che giunge con questa ultima mostra a Varese ad una consapevolezza: l’apertura verso l’altro e la cura del mondo appartengono alla stessa responsabilità ed è importante lasciare aperta una finestra perché “La persona non è il suo disagio, la mente non è la sua ferita, finché esiste una finestra aperta, esiste ancora un orizzonte”.