Al “Leon D’Oro” il primo telefono

L’1 novembre 1900, l’albergo “Leon D’Oro”, nato all’interno di Casa Perabò, fu dotato del primo apparecchio telefonico della città di Varese.

Non è solo una delle strade del centro di Varese che più di altre conserva le testimonianze architettoniche di un passato in alcuni casi remoto ma è un vero e proprio scrigno di arte e storia. Del resto la via Albuzzi è intitolata a una delle più nobili famiglie varesine e di un’altra casata aristocratica, i Perabò, mostra l’antico palazzo. All’imbocco della strada da piazza Carducci possiamo vedere la casa in cui, il 21 aprile del 1827, nacque Felicita Morandi, grande educatrice, femminista concreta perché sempre al fianco delle donne che lavoravano.

Di fronte alla casa, sul retro del negozio “Trend”, che un tempo ospitava l’esposizione della ditta Fratelli Prevosti, si nota un bassorilievo scolpito nel porfido di Saltrio in cui la scultrice Giuseppina Vogliazzo ha raffigurato un angelo in un atteggiamento che esprime mestizia e che suggerisce l’origine del bassorilievo, che Carlo Prevosti, papà del nostro amico Franco, recuperò da una sepoltura. Pochi metri più avanti si può ammirare la finestra più fotografata di Varese, la finestra gotica in cotto molto ben conservata che si apre sopra il portone di Casa Perabò.

Non meno affascinanti l’arco che sovrasta il portone e l’androne affrescato dell’edificio che oltre un secolo fa ospitava l’albergo del Leon d’Oro. A metà dell’Ottocento l’albergo divenne un “covo” di patrioti, ospitati dai fratelli Cortelezzi, l’albergatore Luigi e l’avvocato Andrea. Agli albori del Novecento, il 1 novembre 1900, l’albergo fu dotato del primo apparecchio telefonico della città. Basta fare pochi passi e ci si trova davanti alla Casa Aletti De Francesco, magistralmente restaurata di recente, che fa memoria nella sporgenza di una cappella della chiesa di San Rocco, inglobata nell’edificio privato dopo la “confisca” decisa alla fine del Settecento in forza delle norme emanate nel 1784 dall’imperatore d’Austria Giuseppe II.

All’inizio del Settecento la chiesa quattrocentesca fu decorata da Pietro Antonio Magatti, che l’affrescò avvalendosi per le finte architetture dei fratelli Giovannini. Della chiesa resta in via Albuzzi un antico portale. Nell’edificio a fianco continua la sua plurisecolare missione artistica la Galleria Ghiggini che trae origine da una bottega d’arte aperta duecento anni fa nella piazza delle Oche, l’odierna piazza Marsala. Davanti ai due edifici storici campeggia la scultura in bronzo di Vittorio Tavernari, la “Città” o il “Totem”, copia dell’originale scolpito nel legno, posto all’ingresso del Museo del Castello di Masnago.