Il ricordo dei militari morti in Bosnia, la pace da difendere mentre le guerre continuano a insanguinare il mondo e il rapporto tra giovani e istituzioni. Sono i temi che hanno accompagnato a Varese la celebrazione del 4 Novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate. Una ricorrenza che, a 108 anni dalla fine della Grande Guerra, invita a riflettere sul significato della Patria e sui principi della Costituzione.
Davanti all’Arco Mera, in piazza San Vittore, erano schierati Esercito, Carabinieri e Guardia di Finanza, con i gonfaloni delle città, le associazioni combattentistiche e d’Arma e le rappresentanze delle forze dell’ordine e del soccorso. Il prefetto Salvatore Pasquariello, accompagnato dal generale Fulvio Menegazzo, ha passato in rassegna i reparti. Presenti il sindaco Davide Galimberti, il presidente della Provincia Marco Magrini, l’assessore regionale Francesca Caruso e il sottosegretario regionale Raffaele Cattaneo. L’inno nazionale è stato eseguito dagli studenti dell’Isis Newton e dai giovani del Centro alfabetizzazione nuovi arrivati in Italia, diretti da Andrea Pillon. Poi l’omaggio ai Caduti e il corteo fino a piazza Repubblica.
Al centro della cerimonia la riflessione del professor Giulio Facchetti dell’Università dell’Insubria su due articoli della Costituzione apparentemente contraddittori: l’11, che ripudia la guerra, e il 52, che definisce sacro il dovere di difendere la Patria. «Il ripudio della guerra non fu un’affermazione astratta, né una semplice dichiarazione di buone intenzioni. Fu una scelta politica, morale e giuridica», maturata dopo due guerre mondiali, la dittatura e le persecuzioni. Ma «il ripudio della guerra non è ovviamente rinuncia alla difesa».
E soprattutto, che cosa significa difendere la Patria? «La Patria della Repubblica costituzionale non coincide con un potere, con un governo o con una maggioranza politica». È la comunità nazionale, con la sua storia, le libertà e i principi democratici. Una distinzione che separa le Forze Armate repubblicane dagli apparati militari dei regimi autoritari.
Oggi difendere il Paese significa anche proteggere infrastrutture, comunicazioni e sicurezza informatica. E la preparazione militare, ha spiegato Facchetti, deve contribuire a «rendere meno probabile il ricorso alla forza».
Magrini ha richiamato il rapporto tra giovani e divise: «Una comunità si impoverisce quando un ragazzo vede in una divisa soltanto un ostacolo». Cattaneo ha ricordato che si celebra chi ha difeso libertà e democrazia, mentre il prefetto Pasquariello ha letto il messaggio del presidente Mattarella.




