Francesco Maria Bianchi, il pittore varesino che donò la sua ultima opera al Sacro Monte

Il 5 novembre 1757, a Velate, si spegneva Francesco Maria Bianchi, pittore appartenente a una nobile famiglia del territorio varesino. Aveva circa 68 anni e alle spalle una lunga carriera artistica che lo aveva portato a lavorare nelle chiese e nei palazzi della Lombardia, del Piemonte e della vicina Svizzera.

Il suo nome, oggi poco conosciuto al grande pubblico, merita di essere ricordato non soltanto per la qualità delle opere realizzate, ma anche per il profondo legame con Varese e, in particolare, con il Sacro Monte, dove lasciò una delle ultime testimonianze della propria arte.

Figlio del pittore Salvatore Bianchi e di Margherita Pighina, Francesco Maria nacque intorno al 1689, probabilmente a Fogliaro, anche se il luogo esatto della nascita non è stato accertato.

La sua formazione avvenne inizialmente nella bottega paterna, dove apprese le tecniche della pittura ad affresco, sviluppando successivamente uno stile personale influenzato anche dall’opera di Pietro Antonio Magatti, altro importante protagonista della pittura varesina del Settecento.

Nel corso della sua carriera collaborò frequentemente con i Giovannini, specialisti nella realizzazione delle cosiddette quadrature, decorazioni prospettiche capaci di creare l’illusione di spazi architettonici oltre i confini reali delle pareti e delle volte.

Dalle chiese di Varese ai grandi cantieri artistici

Tra il 1713 e il 1714, ancora giovane, Francesco Maria affiancò il padre Salvatore nella decorazione della chiesa della Beata Vergine delle Grazie a Busto Arsizio, partecipando alla realizzazione dell’Assunzione della Madonna, sulla volta sopra l’altare, e della Gloria della Madonna, nella cupola.

Nel 1723 lavorò nella chiesa di San Martino a Varese, dove dipinse i martirii dei santi Bartolomeo e Lorenzo. Quattro anni più tardi fu impegnato nella basilica di San Giovanni Battista a Busto Arsizio, con gli affreschi della cappella del Battista.

Al medesimo periodo appartengono le decorazioni della scomparsa chiesa di Santa Teresa a Varese, realizzate tra il 1726 e il 1729 e purtroppo perdute.

Nel 1727 lasciò una testimonianza della propria arte anche a Velate, nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano, con la pala raffigurante la Madonna con il Bambino e i santi Francesco e Lucia.

La sua attività proseguì nel 1731 nella chiesa di San Rocco a Busto Arsizio, con gli affreschi della cappella dell’Angelo Custode, e nel 1734 a Lugano, dove realizzò due episodi della vita di sant’Antonio Abate nel presbiterio della chiesa a lui dedicata, inseriti nelle quadrature dei Giovannini.

Negli anni successivi operò anche a Ghemme, nella parrocchiale dell’Assunta, nel 1742, e a Vercelli, dove a partire dal 1752 partecipò alla realizzazione di un importante ciclo decorativo nella chiesa di San Cristoforo.

La sua produzione comprende inoltre interventi in altri importanti luoghi artistici dell’Italia settentrionale e della Svizzera italiana, tra cui Palazzo Mezzabarba a Pavia, la chiesa di San Rocco a Riva San Vitale e il Sacro Monte di Varallo.

Al suo nome sono state inoltre ricondotte, con differenti gradi di certezza attributiva, decorazioni di Palazzo Clerici a Milano, una raffigurazione di Venere e Cupido all’Isola Bella e interventi nella navata centrale del Duomo di Monza.

L’ultimo lavoro al Sacro Monte: un dono alla Vergine

È però il 1757, anno della sua morte, a consegnarci uno degli episodi più significativi della vita del pittore.

Francesco Maria Bianchi tornò a lavorare al santuario di Santa Maria del Monte, collaborando con Giuseppe Baroffio alla decorazione della cupola e dei catini delle absidi minori.

Qui realizzò i quattro pennacchi raffiguranti altrettante virtù della Vergine: Obbedienza, Speranza, Prudenza e Mansuetudine.

A rendere particolarmente interessante questa vicenda è un documento storico citato nel Catalogo generale dei Beni Culturali: una lettera del 1757, indirizzata dal pittore alla superiora del monastero, nella quale Bianchi si impegnava a eseguire gratuitamente la decorazione dei quattro pennacchi della cupola.

Un gesto che rivela un rapporto con il santuario che andava oltre il semplice incarico professionale e che testimonia il legame dell’artista con uno dei luoghi più importanti della spiritualità varesina.

Le quattro figure femminili, accompagnate da angeli e putti, furono dipinte secondo il gusto della pittura settecentesca, con colori delicati e morbidi panneggi.

Gli affreschi sono giunti fino a noi, sebbene il loro aspetto originale sia stato modificato dai restauri eseguiti tra il 1916 e il 1917.

Pochi mesi dopo quell’ultimo impegno artistico, Francesco Maria Bianchi moriva a Velate, il 5 novembre 1757, lasciando un patrimonio artistico distribuito tra numerose località dell’Italia settentrionale.

Un artista varesino da riscoprire

La storia di Francesco Maria Bianchi è anche quella di un territorio che, tra Seicento e Settecento, seppe esprimere una vivacità artistica straordinaria.

Velate, Fogliaro, Varese e il Sacro Monte non erano luoghi periferici rispetto ai grandi centri culturali lombardi, ma partecipavano attivamente alla circolazione di artisti, maestranze e linguaggi pittorici.

Bianchi apparteneva a quel mondo e contribuì a renderlo importante, lasciando opere che ancora oggi testimoniano la ricchezza culturale della nostra provincia.

La sua vicenda conserva inoltre un aspetto profondamente umano: dopo oltre quarant’anni di attività, scelse di offrire gratuitamente una delle sue ultime fatiche artistiche proprio al santuario che aveva accompagnato la sua vita e la sua formazione.

A 269 anni dalla morte, ricordare Francesco Maria Bianchi significa restituire un nome e una storia a un patrimonio artistico che spesso ammiriamo senza conoscere gli uomini che lo hanno realizzato.

E forse, la prossima volta che entreremo nel santuario di Santa Maria del Monte, alzando gli occhi verso la cupola, potremo osservare quelle quattro virtù con una consapevolezza diversa: dietro quegli affreschi c’è anche la storia di un pittore varesino che volle lasciare al proprio territorio un ultimo, prezioso dono.


Fonti: Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, voce «Francesco Maria Bianchi» di Silvano Colombo; Ministero della Cultura, Catalogo generale dei Beni Culturali, scheda «Virtù», codice 0300052321-0.