di Davide Sottocasa
C’era un tempo in cui il cuore di Varese non batteva solo per i mercati e le processioni.
Batteva anche al ritmo lento e terribile della giustizia pubblica.
Le cronache ce lo raccontano senza filtri, e due voci sopra tutte: quella del seicentesco Giovanni Battista Adamollo e quella, un secolo e mezzo dopo, di Luigi Brambilla nel suo Varese e suo Circondario del 1874.
Secondo queste fonti, le esecuzioni capitali avevano luogo ordinariamente in Piazza Podestà, allora chiamata anche piazza del Pretorio o piazza del Borgo. Là, davanti al Palazzo Pretorio, si piantava la forca. Non in un angolo nascosto, ma in pieno centro, in modo che tutti potessero vederla: chi stava in piazza e chi passava lungo il corso.
La pena doveva essere spettacolo.
Doveva fare paura. Doveva restare impressa nella memoria collettiva.
Le pagine di Adamollo e di Brambilla conservano una lunga sequenza di queste giornate.
Nel 1579 una donna accusata di stregoneria fu decapitata. Nel 1591 un omicida venne impiccato davanti al palazzo di giustizia e poi squartato, con i quarti esposti alla vista pubblica. Il 27 luglio 1592 cinque uomini furono impiccati «sulla piazza del Borgo» per una serie di assassinii. Nel 1597 un condannato fu trascinato per il borgo a coda di cavallo prima di essere impiccato, mentre un altro venne impiccato e poi decapitato «a maggior infamia». Il 23 marzo 1615 un altro reo fu trascinato a coda di cavallo e poi impiccato «sopra la Piazza»; il mastro di giustizia era venuto da Lugano e «l’ha stentato assai». Nel 1622 toccò a Carlo Zucca del Sacro Monte, colpevole di aver ucciso una monaca. Nel 1644, dopo l’esecuzione di un criminale di Cugliate, la sua testa venne esposta sopra Porta Rezzano.
Ma il caso che più colpisce, e che resta l’ultimo documentato con tanto dettaglio nelle stesse fonti, è quello di Francesco Trinchinetti di Carnago.
Il 15 dicembre 1731 la sentenza stabilì che fosse trascinato a coda di cavallo fino al luogo del supplizio, impiccato e lasciato appeso per l’intero giorno, poi decapitato. La testa doveva restare esposta in una gabbia di ferro su una colonna di legno «per pubblico esempio». La forca, scrive Brambilla sulla scorta di Adamollo, era piantata davanti al Pretorio. Piazza Podestà, ancora una volta.
E Piazza Beccaria?
Quella che un tempo si chiamava Piazza del Cappello aveva un ruolo diverso, ma non meno legato a quella giustizia cruenta.
Lì sorgeva la casa, o il casotto, del boia: l’edificio in cui si conservavano gli strumenti delle esecuzioni.
Il carnefice, spesso chiamato da Lugano, teneva lì il proprio materiale.
Chi era questo boia di Lugano?
Le fonti locali non lo dicono mai per nome, ma le ricerche svizzere offrono una pista suggestiva.
A Lugano la professione di carnefice fu per secoli una questione di famiglia: la casa del boia si trovava all’incrocio tra via Bertaccio e via Cattedrale, e dal Settecento in poi il mestiere fu gestito dai Schleuber, una dinastia di giustizieri che si tramandava di padre in figlio.
Nel Cimitero monumentale di Lugano si trova ancora oggi la tomba dell’ultimo di loro, Francesco Schleuber, nato nel 1834 e morto nel 1903.
Prima di loro, la cronaca luganese ricorda anche un certo Alberto, un personaggio di cattiva fama la cui memoria sopravvive nel nome del quartiere Bertaccio.
Le esecuzioni a Lugano avvenivano alla foce del Cassarate per decapitazione e al promontorio di San Martino per impiccagione. È ragionevole supporre, anche se non documentato in modo ufficiale, che proprio un Schleuber o un suo predecessore abbia attraversato il confine per officiare a Varese: la distanza era breve, il mestiere era raro, e il testo varesino stesso attesta un mastro di giustizia giunto da Lugano nel 1615.
Va preso come un’ipotesi fondata, non come un fatto provato.
Non era il luogo ordinario del patibolo, ma il deposito di tutto ciò che serviva a erigerlo. Proprio per questo, nel 1865, dopo un meeting pubblico a favore dell’abolizione della pena di morte, la piazza venne intitolata a Cesare Beccaria «per contrapposto».
Dove un tempo si custodivano le corde e le scuri, si volle ricordare l’uomo che per primo aveva scritto contro la pena capitale.
Così, tra le pagine di Adamollo e di Brambilla, emerge un’immagine chiara: Piazza Podestà era il teatro, Piazza Beccaria era il retroscena. L’una mostrava la giustizia nella sua forma più dura; l’altra ne custodiva gli strumenti. E l’ultima esecuzione di cui le fonti locali ci parlano con nome, data e particolari resta quella di Trinchinetti, il 15 dicembre 1731, sotto gli occhi di chi passava per Piazza Podestà.
Oggi le piazze sono diverse. I portici sono pieni di tavolini, i passanti frettolosi. Ma sotto le pietre e i nomi nuovi resta l’eco di quelle giornate in cui la forca si alzava in pieno centro e la città intera era chiamata a guardare.
Davide Sottocasa
Fonti principali • Giovanni Battista Adamollo, Cronaca di Varese. Memorie cronologiche, pubblicata a cura di Angelo Mantegazza, Varese, Tipografia arcivescovile dell’Addolorata, 1931. • Luigi Brambilla, Varese e suo Circondario, Varese, 1874 • Corriere del Ticino, «Il triangolo della morte» • Museo della Memoria di Lugano, scheda «Ricordi della foce di Lugano» • Dizionario storico della Svizzera, voce «Carnefice»
