di Lorenzo Frascotti
Di fronte a Dio siamo tutti uguali. O quasi. Nella Gavirate del Cinquecento persino sedersi in chiesa era un privilegio: le navate non avevano panche e quasi tutti assistevano alla messa in piedi, inginocchiandosi sul pavimento. Solo le famiglie in vista possedevano le proprie bradelle, posti mobili riservati soprattutto alle donne di casa. Più erano vicine all’altare, più la famiglia mostrava il proprio rango; altrove in Lombardia venivano assegnate secondo il grado di nobiltà e potevano recare persino lo stemma del casato.
Il 12 gennaio 1573 il vicario foraneo Giovanni Antonio Contorbia scrisse, con la pazienza agli sgoccioli, che riceveva lamentele per quelle panche, spostate «da un luogo all’altro per mostrare segno di superiorità». Agostino di Luca aveva chiesto di portare la propria più avanti e, invitato ad attendere, la spostò comunque quella sera. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: Contorbia chiuse San Giorgio e trasferì le messe in San Giovanni. Le bradelle erano ormai tanto numerose che presto, sosteneva, non sarebbe passato neppure il baldacchino delle processioni; chiamava quelle pretese «fumi» e chiedeva che fossero eliminate. Fu profetico: appena un mese dopo, dalla metafora si passò al fumo vero.
Nel febbraio 1573 tre persone entrarono di notte in San Giorgio per incendiare le panche. A raccontarlo fu Agostino de Carloni, sedicenne nel 1576 ma dodicenne o tredicenne all’epoca. Il padre, maestro Giorgio detto il Genovese, passò attraverso un oculo sopra un altare e aprì la porta verso il cimitero; ammucchiate le bradelle, i tre portarono della paglia e Giorgio appiccò il fuoco. Gli altri proponevano di portare fuori i banchi, ma lui si oppose perché avrebbero fatto troppo rumore: premura notevole, dato il programma. Protesse però il battistero con una tavola, manifestando scrupoli selettivi, mentre parte del tetto finì bruciata. La visita pastorale del 1574 registra sopra l’altare di San Tiburzio un oculo senza grata, quasi certamente il varco degli incendiari.
Il ragazzo tacque finché la coscienza non cominciò a tormentarlo; quando volle confessarsi, il padre minacciò di ucciderlo e lo rassicurò con una soluzione teologica sbrigativa: il Giubileo del 1575 avrebbe assolto ogni cosa. Agostino parlò nel 1576, ma il fascicolo non dice come terminò il processo.
Fu solo la riforma borromaica a combattere quei piccoli feudi domestici. Le Istruzioni del 1577 ammettevano soltanto bradelle autorizzate, basse e facili da rimuovere, mentre agli uomini si potevano concedere panche senza schienale lungo le pareti. Il problema non era sedersi, bensì trasformare la chiesa in una graduatoria di paese. A Gavirate, per rimettere ciascuno al proprio posto, si dovette chiudere una chiesa e poi quasi bruciarla: molto rumore per qualche panca e, in questo caso, anche parecchio fumo.
