di Fausto Bonoldi
Il 24 novembre 1898 si spegneva a Milano Giuseppe Bertini, una delle figure più importanti dell’arte lombarda dell’Ottocento. Nato l’11 dicembre 1825, Bertini riposa oggi nel Cimitero monumentale di Giubiano, a testimonianza di un legame profondo e duraturo con la nostra città. Figlio di Giovanni Battista Bertini, celebre pittore di vetrate, crebbe in un ambiente artistico vivace: il padre realizzò, tra le altre opere, le vetrate dei finestroni dell’abside del Duomo di Milano, introducendo il giovane Giuseppe alla tradizione e alla tecnica della grande decorazione.
A soli tredici anni Bertini entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove studiò sotto la guida di due maestri di primo piano: Luigi Sabatelli e Giuseppe Bisi. La formazione accademica fu per lui determinante, ma già nei primi anni emerse una caratteristica che avrebbe contraddistinto tutta la sua carriera: la capacità di partire dai codici della grande pittura storica per poi rinnovarli, interpretandoli secondo la sensibilità moderna. A vent’anni vinse il Gran Premio dell’Accademia, un riconoscimento che prefigurava il suo futuro ruolo di docente e, dal 1882, di direttore, succedendo a Francesco Hayez, il grande interprete del romanticismo italiano.
Proprio Hayez rappresentò una delle prime influenze della poetica bertiniana: dal maestro del “Bacio”, Bertini trasse un gusto per il racconto storico e per l’espressività, ma seppe aggiornare questo registro in senso più libero e meno accademico, fino ad avvicinarsi al verismo, allora emergente nelle arti figurative. Le sue frequenti visite a Venezia, Firenze e Roma alimentarono un interesse profondo per l’arte antica e soprattutto per il Rinascimento, che divenne uno dei riferimenti costanti della sua produzione.
Questo dialogo fra tradizione e innovazione lo condusse anche alla collaborazione con Gian Giacomo Poldi Pezzoli, raffinato collezionista milanese. Dal loro sodalizio nacque, nel 1881, l’apertura del Museo Poldi Pezzoli, di cui Bertini fu il primo direttore e amministratore: un ruolo che gli permise di mettere a frutto le sue competenze storiche, artistiche e organizzative, contribuendo alla nascita di uno dei più importanti musei privati d’Europa.
Il rapporto di Giuseppe Bertini con Varese è ricco e stratificato. La città gli ha dedicato la via che sale da viale Aguggiari verso Biumo Superiore, luogo simbolico perché nelle sale di Villa Andrea Ponti si conserva uno dei suoi capolavori decorativi: i quattro grandi affreschi che dominano il salone d’onore. Essi rappresentano momenti fondativi del progresso umano e scientifico: “Galileo che mostra l’uso del cannocchiale al doge di Venezia”, “Cristoforo Colombo al ritorno dalle Americhe”, “Guido d’Arezzo che insegna il canto a tre adolescenti” e “Alessandro Volta che presenta la sua invenzione, la pila, a Napoleone”. In queste opere Bertini esprime tutta la sua capacità narrativa, unita a un controllo rigoroso della composizione e a un’eleganza cromatica tipicamente ottocentesca.
A Varese lasciò un’altra opera di forte impatto visivo e simbolico: la vetrata raffigurante San Vittore a cavallo, collocata nella facciata della Basilica di San Vittore. Il dinamismo del santo, la monumentalità della figura e la qualità della luce testimoniano la maestria di un artista che sapeva affrontare con uguale sicurezza affresco, olio e arte vetraria.
Bertini fu anche un ritrattista di grande finezza psicologica. A Varese rimane, tra le altre opere, il ritratto del marchese Andrea Ponti, esempio della sua capacità di unire l’osservazione minuta dei dettagli con una costruzione pittorica solida e aristocratica. Inoltre realizzò scene di genere, paesaggi, prospettive e una vasta produzione che documenta la sua versatilità e la sua curiosità intellettuale.
A più di un secolo dalla sua morte, la figura di Giuseppe Bertini continua a essere fondamentale per comprendere l’evoluzione della pittura lombarda tra romanticismo, realismo e verismo. La sua presenza a Varese, testimoniata dalle opere che ancora oggi impreziosiscono ville e chiese della città, rappresenta un patrimonio culturale che merita di essere conosciuto, valorizzato e ricordato.