La Cucina Italiana è patrimonio dell’Umanità. La scrittrice-chef Rossetti: «Una cultura del cibo millenaria, nata nei nostri monasteri»

di Carla Tocchetti

Finalmente è arrivata la notizia tanto attesa, la Cucina Italiana è patrimonio UNESCO!
Un riconoscimento storico: l’Italia è la prima nazione singola a ottenere il decreto, battendo 59 paesi concorrenti.

Dopo il marchio UNESCO assegnato specificatamente all’Arte del pizzaiuolo napoletano nel 2017, è il valore culturale dell’intero sistema gastronomico italiano con i suoi saperi, i suoi riti, la sua identità, a entrare nella lista mondiale dei patrimoni dell’Umanità.

Nel 2010 l’Italia aveva ottenuto l’ambito riconoscimento UNESCO per la Dieta Mediterranea ma UNESCO premiava la nostra nazione insieme a Spagna, Grecia e Marocco, a cui si erano accodati Cipro, Croazia e Portogallo. Un traguardo importante, ma che non raccontava la complessità della nostra tradizione.
Oggi l’UNESCO riconosce che la cucina italiana è un patrimonio culturale autonomo, dove ogni territorio contribuisce con la propria voce dentro una stessa narrazione, capace di integrare l’anima mediterranea con un mosaico di voci regionali, tra cui anche quella del Nord Italia, prealpina.
Sulla notizia interviene la scrittrice-chef leggiunese Patrizia Rossetti, già autrice di un fortunato format tv con Rete55 di showcooking in cui oltre a cucinare le ricette davanti alla telecamera raccontava aneddoti sull’ origine medioevale dei cibi.

«Sono orgogliosa ed emozionata per questo risultato» commenta a caldo la diffusione del comunicato, «perché tutela e rafforza l’identità della Cucina Italiana in un momento storico in cui i nostri prodotti vengono continuamente copiati e poi perché per quanto piccola sia la nostra Nazione, siamo capaci di fare grandi cose. Da sempre.»
Da alcuni anni La Rossetti è scrittrice di saggi in cui le ricette di cucina sono presentate attraverso una prospettiva storica e letteraria, tra questi i pluripremiati “La cucina dei Promessi Sposi” e il recentissimo “Leonardo da Vinci e l’arte del cucinare” (ed. Macchione), recentemente vincitore del prestigioso secondo Premio al Centro di Studi e Ricerche Mario Pannunzio di Torino.
La Rossetti sottolinea che la chiave del riconoscimento UNESCO sta nella cucina povera, nata dalla semplicità e dalla necessità. I prodotti che usiamo oggi — dalle spezie al pomodoro, dagli agrumi al mais — sono arrivati nei secoli tramite commerci, migrazioni e scambi e hanno letteralmente trovato terreno fertile nella nostra penisola, caratterizzata da una biodiversità unica e preziosa.

La cucina italiana secondo UNESCO è una pratica che integra conoscenze, rituali e gesti che hanno valorizzato l’uso creativo degli ingredienti. Tradotto: un amore “totale” per il cibo, spesso imparato in famiglia, trasmesso di generazione in generazione, che valorizza e rispetta ciò che produciamo sul territorio, e si esprime nel senso di convivialità e condivisione che il mondo intero ci riconosce.

Una storia che viene da lontano: «È nel nostro Medioevo che la cultura del cibo prende forma, soprattutto all’interno dei monasteri dove, in una atmosfera sacrale, ogni ingrediente veniva studiato, trasformato. Monaci e monache affinavano tecniche di conservazione, codificavano ricette, scambiavano sementi e conoscenze e condividevano il desco con pellegrini e religiosi di passaggio, contribuendo alla diffusione della conoscenza. Precursori dei nostri chef, diventati oggi vere e proprie celebrità, mettevano a punto tecnologie e attrezzature per trasformare il cibo in esperienza sensoriale; un vero e proprio “santo mangiare” che fa bene anche allo spirito. Alcune di queste antichissime tradizioni sono ancora vive, e l’UNESCO ci incoraggia a riscoprirle» sottolinea Rossetti citando l’esempio del Formaggio Montebore, prodotto ancora oggi nel Nord Italia con l’utilizzo di tre tipi di latte, vaccino, ovino e caprino, costruito a cerchi concentrici impilati per assomigliare a una sontuosa torta nuziale, che secondo la leggenda Leonardo da Vinci stesso avrebbe servito al matrimonio di Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza nel 1489.